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L'editoriale

A destra c'è sapore di Sala

Siamo di fronte a un Sala nostalgico della sua gioventù da city manager

Tel Aviv, Sala insiste e i suoi lo silurano

Non avrei mai pensato di scrivere una parola buona sul sindaco Giuseppe Sala. Ho contestato il primo cittadino di Milano per anni, quando la sua sinistra, un po' caviale e un po' grattacieli, si dimenticava i milanesi veri nelle periferie in preda a maranza e moschee abusive, centri sociali che ci costano milioni e frasi fatte sui diritti e su un futuro che a me fa schifo. Ma, siccome tutti i salmi finiscono in gloria, se ne è accorto perfino lui che il modello milanese della gauche non ha più nulla a che vedere con l'alleanza Pd-Avs-M5s che sembra la versione radicale di Hezbollah-Hamas con un pizzico di Cospito sulle bandiere. Tanto da avvertire i progressisti che stavolta nella sua Milàn la destra potrebbe vincere. Anche perché se il successore di cotanto manager, nato dall'Expo di Renzi e affondato nella Gaza dei pro Pal, sarà Mario Calabresi, sarà interessante capire i confini politici di una coalizione che oggi si fa dettare il programma da anarchici, neo brigatisti e imam fanatici. Una Milano che si contende non più il primato di city finanziaria d'Europa con Londra, ma piuttosto quello di centro sociale autogestito e che ha come riferimento una sinistra che considera poliziotti e carabinieri la faccia del fascismo di Stato. Siamo di fronte a un Sala nostalgico della sua gioventù da city manager (di Letizia Moratti). Poi divenuto manager di una city, Milano. E che, ci scommetto, non regalerà alla sinistra di oggi, che non lo vuole più.

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