Mettiamoci nei panni di un italiano che sente un magistrato in televisione dargli del criminale o del massone se vota sì al referendum. E poi legge su un giornale di Zuncheddu che si è fatto trenta e fischia anni di galera o di Stasi nella farsa di Garlasco. E si spaventa. Capisce che potrebbe toccare a lui e che in Italia nessun giudice paga per i suoi errori. Girando pagina si ritrova infatti l'elenco delle promozioni di tutti i procuratori e i magistrati che hanno sbattuto in galera Enzo Tortora, trasformandolo in un narcotrafficante e poi si sono goduti le loro brillanti carriere ai vertici delle toghe. Se poi squillasse il telefono e qualcuno gli chiedesse cosa pensa di fare al referendum, beh, se fossi in lui me ne starei bello che zitto. Proprio io che vivo sulla mia pelle cosa significhi in Italia avere un'opinione che non piace alla sinistra e ai falsi radical chic. Insomma, per misurare quanto avesse ragione Vassalli e quanto la Costituzione invochi dal 1948 la separazione delle carriere, quella separazione che prima Tangentopoli, poi l'era di Berlusconi e oggi l'ossessione per Giorgia Meloni e le toghe di sinistra spingono a bloccare, non serve neanche andare a vedere i processi e rendersi conto che pm, gip e giudici si scattano i selfie insieme.
Basta camminare per la strada per accorgersi che chi non è schierato per il No, non è iscritto a Magistratura Democratica o non milita nella sinistra giustizialista è di fatto un inquisito. Contro gli italiani liberi è in atto una intimidazione, un processo sommario che li dà per colpevoli prima del giudizio. Che sarà il 22 e il 23 marzo, proprio come succede nei tribunali.