Saragat, il destino da Presidente incrociato con il suo predecessore

Socialdemocratico e fedele al Patto Atlantico, prenderà il posto al Quirinale di Segni che cadde proprio tra le sue braccia dopo essere stato colpito da trombosi

Saragat con Moro nel 1964

Trentacinque anni fa esatti morì Giuseppe Saragat, quinto Presidente della Repubblica Italiana e storico leader del Partito Socialdemocratico. Prima dell'elezione al Quirinale, la sua vita politica fu caratterizzata da un profondo socialismo riformista (abbracciò la linea di Filippo Turati) nonché strenuo oppositore dell'asse Pci-Psi: fu infatti fu tra i protagonisti della scissione di Palazzo Barberini (gennaio 1947), che portò alla rottura con il Fronte popolare (nacque il Partito socialista dei lavoratori italiani) e che spianò – di fatto – la vittoria della Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi nelle importantissime elezioni politiche del 18 aprile 1948. Appoggiò l'adesione dell'Italia alla Nato e al Piano Marshall, diventando la bestia nera dei comunisti che lo trattarono da traditore al soldo degli americani.

In realtà – a essere precisi – Saragat diventò protagonista in due diverse competizioni per la sfida al ruolo di Capo dello Stato: quella del 1964 (dove vinse) e quella di due anni prima, dove si era imposto Antonio Segni. Quest'ultimo, già presidente del Consiglio per due volte e ministro in più circostanze, ebbe la meglio il 6 maggio 1962 al nono scrutinio con 443 voti su 842 votanti. Era il candidato ufficiale della Democrazia cristiana e la sua elezione non subì le imboscate dei "franchi tiratori", che invece in passato avevano colpito alcuni suoi predecessori. Decisivi, per l'elezione di Segni, furono i voti del Movimento Sociale e del Pdium (monarchici). Fino all'ultimo Saragat, presentato come candidato di bandiera del Psdi, era stato l'avversario più temibile per Segni. Non ce la fece, ma ebbe modo di rifarsi pochissimo tempo. E, per un'incredibile coincidenza, il suo destino s'incrociò proprio con quello dell'allora Presidente della Repubblica.

L'incandescente estate istituzionale del '64

il 26 giugno 1964 il primo governo di centrosinistra organico, guidato da Aldo Moro, è costretto a dimettersi. La crisi ribolle per più di un mese senz’alcuno sbocco verso un'alleanza alternativa. Su incarico di Segni, il comandante generale dell'Arma dei Carabinieri, Giovanni De Lorenzo, convoca i comandanti delle divisioni di Roma, Milano e Napoli: concorda con loro un piano per affrontare l'emergenza nel Paese, se ce ne fosse stato bisogno, nel caso in cui le forze politiche legate al Pci avessero preso il potere. Era prevista l'occupazione della Rai, delle sedi dei giornali e dei partiti di sinistra: si tratta del piano Solo. Viene stilata una lista di 731 personalità politiche e sindacali di sinistra: sarebbero stati prelevati e trasferiti in diverse sedi. De Lorenzo presenta il piano al Capo dello Stato, ma non è mai stato dimostrato che Segni avesse voluto effettivamente organizzare un colpo di Stato.

A questo si aggiunge quel che accade nella tragica sera del 7 agosto: mentre dialoga al Quirinale con Moro e Saragat, Segni viene colto da un gravissimo malore. I commessi, quando si aprono le porte, lo vedono quasi esanime tra le braccia degli altri due esponenti politici. La diagnosi dei medici è: "Malessere dipendente da disturbi circolatori e cerebrali". Una trombosi che lo immobilizzerà per il resto della sua vita, lasciandolo in uno stato di parziale incoscienza fino alla morte, avvenuta nel 1972. Segni resta congelato dal suo stesso partito fino al 6 dicembre, quando gli vengono fatte firmare le dimissioni. A questo punto, tocca a procedere a una nuova elezione, che inizia il 16 dicembre. Tantissimi scrutini a vuoto all'inizio e così, per la prima volta nella sua storia centenaria, il Parlamento italiano apre i battenti anche il giorno di Natale. E in piazza Montecitorio la folla rumoreggia: corre voce che là dentro la tirino tanto per le lunghe perché è previsto un gettone di presenza di 50mila lire al giorno (circa 550 euro di adesso). Ma non è vero.

Due settimane, poi si punta su Saragat

All'ennesima fumata nera, Giuseppe Saragat (ormai l'unico candidato che sembra andare bene ai più) dichiara ufficialmente: "Ho posto per la seconda volta la mia candidatura a presidente della Repubblica e mi auguro che sul mio nome vi sia la confluenza dei voti di tutti i partiti democratici e antifascisti". In quel "democratici" sono compresi o no i comunisti? Per la Dc esclusi; per il Pci compresi. Ma a Rumor, segretario democristiano, e a Longo (comunista) va bene così. Così il 28 dicembre, al ventunesimo scrutinio, Saragat viene finalmente eletto quinto presidente della Repubblica Italiana, con 464 voti su 927: quelli di tutti i partiti, eccetto Pli, Msi e un manipolo di franchi tiratori, Il commento del Time di Londra è lapidario: "Hanno scelto l'uomo migliore nel peggiore dei modi".

Sul fronte interno, sono anni terribili: il Sessantotto, le violenze di piazza, le prime bombe, la strategia della tensione che qualche dietrologo vorrebbe far risalire addirittura a lui. Si deve invece sicuramente a Saragat la trasformazione del messaggio dell'ultimo dell'anno da un rituale e burocratico augurio agli italiani a una sorta di "discorso del caminetto", con il bilancio dell'attività politica dell'anno appena trascorso e gli incoraggiamenti e i suggerimenti presidenziali per i mesi a venire. Particolarmente significativo quello pronunciato il 31 dicembre 1970, a pochi mesi dalla scadenza del suo mandato. Qualche giorno prima, Ugo La Malfa lo invita a dimettersi in anticipo per non incrociare il semestre bianco con le elezioni politiche e non paralizzare per un anno la vita politica sulla scadenza quirinalizia.

L'idea a Saragat non piace per nulla. E lo dice in tv: "Italiani, questo è l'ultimo discorso di fine anno che io rivolgo a voi nel corso del mio settennato, che avrà termine il 29 dicembre 1971". E così fu. Morirà l'11 giugno 1988.

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