Ma insomma, Vassalli l'ha detto o non l'ha detto? Eh sì: pare proprio che l'abbia detto.
Giuliano Vassalli - eroe della Resistenza, padre costituente, ministro socialista della Giustizia - è uno dei due defunti chiamati in causa per attribuire loro una opinione sulla separazione delle carriere tra giudici e pm, alla ricerca di un ipse dixit definitivo: l'altro è Giovanni Falcone, incautamente arruolato dal fronte del No sulla base di una intervista citata dal Fatto Quotidiano ma mai rilasciata. Anche a Vassali, morto nel 2009, vengono attribuite opinioni precise, stavolta a favore della riforma, anche qui a valle di una intervista al Financial Times del febbraio 1987. L'intervista esiste davvero? I paladini del No ne hanno messo in dubbio ripetutamente l'autenticità. Invece ieri il testo integrale viene divulgato in tutta la sua chiarezza. E dice che davvero Vassalli riteneva la separazione delle carriere l'approdo finale del nuovo codice di procedura penale, allora in corso di stesura ed emanato il 22 settembre 1988, quando lui era il Guardasigilli del governo De Mita.
Il più esplicito nel contestare l'attribuzione a Vassalli di un parere pro-separazione delle carriere era stato nei giorni scorsi Mitja Gialuz, professore di procedura penale a Genova, fedelissimo della responsabile Giustizia del Pd Deborah Serracchiani e tra i portavoce del Comitato per il No. In un lungo articolo su «Sistema penale» in cui si parlava di «intervista fantasma» e si rimarcava come il Financial Times avesse tenuto l'intervista in un cassetto, limitandosi a citarne alcuni passaggi in un articolo tre mesi dopo, Gialuz sostiene che indicare Vassalli quale «campione della riforma» «sulla base di un'intervista mai pubblicata in vita e, ancor più, di pochi stralci tratti da un articolo giornalistico dedicato in larga parte ad altro, costituisca una forzatura sul piano metodologico, difficilmente giustificabile». Ma ieri gli replica Gian Domenico Caiazza, presidente del Comitato SiSepara, che sfodera la fotocopia, con la «trascrizione integrale dal nastro registrato» delle dichiarazioni rilasciate da Vassalli il 19 febbraio 1987 a un inviato del quotidiano britannico, Torquil Dick Erikson, che gli manifesta la sua incredulità per la «immensa concentrazione di poteri giurisdizionali nelle mani di un unico corpo». È una trascrizione che lascia poco adito ai dubbi: per Vassalli il passaggio al sistema accusatorio previsto dalla riforma che porta il suo nome è «poco leale» «laddove il pubblico ministero è un magistrato uguale al giudice, che non avrà più gli stessi poteri del giudice come li ha oggi ma che continuerà a fare parte della stessa carriera e degli stessi ruoli».
E allora perché non si mise già mano allora alla riforma dell'ordinamento giudiziario, espressamente prevista dalla settima disposizione transitoria della Costituzione? La spiegazione di Vassalli suona di grande attualità: «Non sarà possibile perché oramai quello che la magistratura ha conquistato non lo molla più, non lo abbandona più. La magistratura ha un potere enorme Ma non solo enorme in linea di fatto, lo ha sul potere legislativo».