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Contraddizioni del sionismo nella biografia della Arendt

La filosofa e scrittrice rimase sempre vicina a Israele ma non era quella la rivoluzione che avrebbe voluto

Contraddizioni del sionismo nella biografia della Arendt

Quando Hannah Arendt morì, nel dicembre del 1975, Mary McCarthy, che era stata sua grande amica, la definì «affascinante, seducente, ma con oscuri abissi interiori dietro i raggi di intelligenza dei suoi occhi». Quando parlava, aggiunse, «sembrava di vedere in azione gli ingranaggi della sua mente».

La sua scomparsa, nemmeno settantenne, significava non solo il venir meno di una figura carismatica e insieme controversa, i cui libri, da Le origini del totalitarismo a La banalità del male, erano stati oggetto di infiammate polemiche. In realtà con lei scompariva un particolare tipo umano, testimone del tempo e insieme militante di una causa, intellettuale profondo, ma non per questo distaccato dall'attualità, cittadino del mondo, ma convintamente ebreo.

Hannah Arendt. Una vita filosofica si intitola la biografia che Thomas Meyer le ha appena dedicato (Feltrinelli, traduzione di Federico Zamboni, 470 pagine, 35 euro) e che nell'originale tedesco si intitolava, semplicemente, ma categoricamente, Die Biografie, La biografia Il suo autore è anche il curatore degli scritti della Arendt presso l'editore Piper e questo gli ha permesso l'accesso a una vasta mole di materiali inediti, relativi soprattutto al periodo meno conosciuto, quello dell'esilio parigino degli anni Trenta, del lavoro con i ragazzi rifugiati delle organizzazioni giovanili create all'epoca, dell'impegno nei movimenti sionisti in Palestina, della sua stessa prigionia nel campo di Gurs all'indomani dello scoppio della Seconda Guerra mondiale. Ne emerge il ritratto di una ragazza, all'epoca Hannah non aveva ancora trent'anni, energica e, sempre e comunque, mai rassegnata. La lettura risulta però a tratti faticosa, come se la necessità di portare alla luce quanto rimasto sino ad allora in ombra, prevalga sulla chiarezza da un lato, su una logica selettiva dall'altro. Si corre il rischio per voler far conoscere tutto, di perdere di vista l'essenziale, e questo vale anche per il prosieguo del libro. Detto questo si tratta di un lavoro imponente.

Nata a Linden, ma cresciuta a Konigsberg, la patria di Kant, là Arendt apparteneva all'agiata borghesia ebraico-tedesca dell'epoca. Non era bella, secondo i canoni dell'epoca, ma aveva qualcosa di più, fra il portamento e l'intelligenza, che nella Germania della Repubblica di Weimar, dove si formò, la rendeva subito riconoscibile. Studiò filosofia con Jaspers e Heidegger, e del secondo, che aveva quasi vent'anni più di lei ed era già sposato, fu anche l'amante.

L'ascesa al potere di Hitler interruppe quella che era stata una giovinezza dorata: Hannah finì in carcere per uno studio sull'antisemitismo che stava svolgendo nella biblioteca centrale di Berlino, il che racconta molto bene come, dall'oggi al domani, tutto potesse improvvisamente cambiare. Rilasciata, si rese uccel di bosco, prima a Praga e poi a Parigi, passando per la Svizzera.

Parigi sarà, sino al 1940, un campo d'azione significativo. Era la città colta per eccellenza, il rifugio preferito per quegli scrittori ebreo-tedeschi, da Joseph Roth a Walter Benjamin, che di colpo si erano ritrovati esuli in patria, era là capitale che aveva tenuto a battesimo l'affare Dreyfus, dato i natali a Marcel Proust e alle famiglie dell'ebraismo aristocratico-finanziario, i Rotschild, per fare un solo nome, in breve, il terreno fertile dove condurre le ricerche per quello che poi sarebbe divenuto Le origini del totalitarismo.

Là giovane Arendt, tuttavia, non si limitò a un'attività di ricerca intellettuale, ma fu in prima linea nel lavoro di chi, di fronte all'inasprirsi dell'antisemitismo in Germania e nellEuropa orientale cercava di trovare il modo di far emigrare il maggior numero possibile di giovani ebrei tedeschi e dell'Est in quella Palestina sotto il dominio inglese divenuta, secondo gli accordi della Prima guerra mondiale, «il focolaio del popolo ebraico». In seguito là Arendt sarà critica nei confronti del sionismo. Detto nella maniera più semplice possibile, dietro uno Stato ebraico avvertiva «la puzza di nazionalismo», una puzza che conosceva molto bene. Sarà «non solo emotivamente» a fianco di Israele nelle guerre del'67 e del '73, ma non era quella là soluzione che avrebbe voluto

La rapida sconfitta della Francia nel 1940, la obbligò a un nuovo esilio, dopo un breve periodo in un campo profughi. Riuscì a raggiungere Lisbona e da lì, via nave, gli Stati Uniti, dove porrà le basi per una successiva quanto brillante carriera di scrittrice, opinion maker radiofonica, conferenziere, docente.

Di questa attività, il clou rimane l'uscita di La banalità del male, testo ancor oggi citatissimo, così come del resto Le origini del totalitarismo, l'uno e l'altro tornati del resto d'attualità visto come sta andando il mondo.

Nel primo si analizzava non solo là «stupidità» con cui la macchina genocidiaria era stata fatta funzionare, ma anche la passività con cui la si era subita, il che getta una luce interessante sulla militarizzazione di Israele e la sua, come dire, intransigenza in materia.

Nel secondo, il combinato disposto nazionalismo- imperialismo portava a una politica della forza intesa come intima necessità, lo spazio Vitale nazional-socialista, la rivoluzione permanente e internazionale bolscevica. Anche qui, ciò che è avvenuto dopo spiega come lei lo avesse lucidamente analizzato prima.

La Arendt fu una storica sui generis, portata a ricavare dalla letteratura quello che cronologicamente là storia non le poteva dare. Nel ricordo idealizzato del passato nello Zweig di Il mondo di ieri, vide la prova dell'incapacità di opporsi al tempo presente, nella Recherche di Proust l'odio verso l'ebreo che resta tale, una minaccia e quindi la giustificazione dei pogrom, nel Kurtz conradiano di Cuore di tenebra, l'archetipo del nazista

Letture interessanti, in linea con un'idea profetico visionaria dello scrittore anche e forse soprattutto suo

malgrado, ma anche un po' sbrigative. Se Kurtz è nazista, lo è anche il dottor Stanley, l'imperialismo britannico, quello francese e gli americani rispetto agli indiani d'America e insomma un tutto che diventa un niente.

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