Gentile Direttore Feltri,
sono confuso su questo referendum. Secondo me la materia è molto tecnica e, non essendo un giurista, stento a comprenderla. Mi aiuterebbe a capire meglio l'argomento? Lei cosa voterà e perché?
Nicola Bellini
Caro Nicola,
non è compito mio suggerire cosa e come votare, tuttavia tu mi chiedi se voterò sì o no e non mi sottraggo a questa domanda, del resto, della mia preferenza o del mio pensiero non ho mai fatto mistero. Sai, comprendo la tua confusione. Quando si parla di giustizia il linguaggio diventa tecnico, quasi esoterico, e il cittadino comune finisce per sentirsi escluso, non perché sia scemo, ma perché sono i tecnici a fare di tutto per rendersi incomprensibili. Eppure, ti garantisco che il punto è molto più semplice di quanto sembri. Qui non si tratta di essere giuristi. Si tratta di capire se vogliamo o meno una giustizia più equilibrata, più efficiente e più garantista. Io voterò SÌ. E ti spiego perché. Anzitutto, questa riforma non è contro i magistrati e chi tenta di proporla in questo modo è disonesto. È una riforma a tutela dei cittadini e, permettimi di dirlo, anche a tutela dei magistrati stessi. L'indipendenza della magistratura non si rafforza lasciando tutto com'è. Si rafforza eliminando quei meccanismi interni che negli anni hanno generato logiche di appartenenza, correnti, schieramenti. Le correnti non giovano alla libertà dei giudici, la castrano, la comprimono. Creano dinamiche interne che nulla hanno a che vedere con il merito e con la serenità del giudizio. Separare le carriere tra giudici e pubblici ministeri significa una cosa molto semplice: garantire che chi giudica sia percepito - e sia realmente - terzo rispetto a chi accusa. Oggi giudici e Pm appartengono allo stesso ordine, fanno lo stesso percorso, condividono spesso cultura professionale e appartenenze interne. Non è un'accusa, è un dato di fatto. Ma in un processo penale l'apparenza dell'imparzialità è importante quanto l'imparzialità stessa.
Un giudice davvero separato dall'accusa rafforza il principio del giusto processo. E il giusto processo è la prima tutela del cittadino, soprattutto dell'imputato. Il garantismo non è un vezzo ideologico: è la civiltà giuridica di uno Stato. È il principio per cui nessuno è colpevole fino a sentenza definitiva. È il principio per cui l'accusa deve provare, e il giudice deve valutare in piena autonomia. È uno dei valori fondativi del nostro ordinamento. Chi sostiene che questa riforma sia un attacco alla magistratura sbaglia bersaglio. Non si tocca l'indipendenza della funzione. Non si mette il giudice sotto il controllo della politica. Non si annulla il potere giudiziario. Si interviene sull'organizzazione interna per renderla più trasparente e meno condizionata da dinamiche correntizie che nei decenni hanno fatto discutere e non poco. C'è poi un altro punto: l'efficienza. La giustizia italiana è lenta, farraginosa, spesso incomprensibile per il cittadino. Un sistema più chiaro nei ruoli e nelle responsabilità è anche un sistema più efficace. E una giustizia inefficiente non è neutra. È una giustizia ingiusta. Perché un processo che dura dieci anni distrugge la vita di un imputato innocente tanto quanto quella di una vittima in attesa di verità. Votare SÌ significa voler riequilibrare il sistema dei poteri senza delegittimare nessuno. Significa dire che la magistratura deve essere forte, ma non corporativa; indipendente, ma non autoreferenziale; autorevole, ma non percepita come parte in causa.
Il referendum non è una crociata. È una scelta di civiltà giuridica.
Io voto SÌ perché credo in una giustizia più garantista, più trasparente e più rispettosa dell'equilibrio tra accusa e giudizio. E credo che questo rafforzi, non indebolisca, lo Stato di diritto.Tu vota quello che ti pare. Ma non cadere nel tranello ideologico di chi presenta questa riforma come un attacco frontale alle toghe.