La Gladio parallela e quei soldati con licenza di uccidere

In un documento scovato dal giornalista Andrea Palladino si parla della creazione di un'unità di soldati con licenza di uccidere in seno alla VII Divisione del Sismi. Ancora una volta si torna a parlare di Gladio e di un passato che non passa

La Gladio parallela e quei soldati con licenza di uccidere

Non ci illudiamo. Il 2023 non sarà l’anno che riscriverà la storia d’Italia. La desecretazione dei documenti relativi alla struttura Gladio, scovati e pubblicati da Andrea Palladino, fanno rumore, certo. Ma non riscriveranno nulla, perché riscrivere implicherebbe il mettere in discussione le fondamenta del nostro Paese. Quello che al massimo accadrà, quello che già da un anno sta accadendo con il contagocce, è acquisire briciole di consapevolezza che ci consentono di decifrare tanto il passato quanto il presente. Ma solo quel tanto da permettere che “tutto cambi affinché nulla cambi”, se ci è concessa una licenza letteraria.

Il fatto che pezzi deviati dello Stato abbiano remato contro i pezzi sani è cosa nota. Il fatto che forze centrifughe abbiano agito per destabilizzare la democrazia anche. Quello che non si capisce ancora – e che forse mai si capirà – è a chi rispondessero queste forze, questi pezzi deviati. Qualcuno evoca una sorta di “grande vecchio”, qualcuno parla di ingerenze di Stati esteri e di frange – a loro volta deviate – di servizi d’intelligence d’oltreoceano. Altri ancora ritengono che le deviazioni siano maturate su iniziativa di singoli o di gruppi molto ristretti di persone. Schegge impazzite che, all’interno di un contesto para-istituzionale come poteva essere la struttura Gladio, hanno stretto alleanze indicibili e hanno perseguito strategie finalizzate all’ottenimento di tornaconti personali, ricevendo poi copertura istituzionale perché a conoscenza di segreti talmente imbarazzanti da dover imporre un pietoso segreto di Stato.

Certo, nel momento in cui leggiamo che la VII Divisione del Sismi sarebbe stata investita del ruolo di una sorta di “agenzia” per operazioni non solo segrete ma anche sporche, le domande da porsi sono tante. Intanto viene da chiedersi se lo scioglimento di questa Divisione, avvenuto il 1° agosto 1993, a distanza di quattro giorni dalla strage di via Palestro, sia solo un caso. Altra domanda da porsi è per quale motivo, a distanza di tanti anni e con tanti sospetti che adesso cominciano a diventare certezza, gli ex appartenenti a questa VII Divisione – quasi tutti in buona salute – non siano stati ascoltati in merito alle loro attività da qualche organo inquirente.

Indifferenza? Paura a scavare nel torbido? Il criminologo Federico Carbone, consulente della famiglia di Marco Mandolini, il super-soldato massacrato a Livorno da mani rimaste ignote nel 1995, ricorda come intorno a Gladio vi sia sempre stato uno spesso velo di omertà: “Già nel 1990 furono condotte delle indagini negli archivi del Sismi. Gli inquirenti scoprirono che quegli archivi erano gestiti dai gladiatori stessi. Le perizie che furono eseguite a quel tempo sui documenti, accertarono che erano quasi tutti documenti fasulli, che quei 622 nomi finite nella lista degli appartenenti a Gladio erano sostanzialmente una sciocchezza. Insomma, già all’epoca, chi ha indagato su Gladio ha sempre percepito un doppiofondo nascosto”.

Liste incomplete e documenti contraffatti. E poi questi “agenti a perdere” di cui si parla nel documento inedito pubblicato da Palladino. Che in Italia abbiano agito uomini super addestrati per compiere operazioni sporche non è ipotesi poi tanto assurda. Federico Carbone, in questo senso, ci parla del ruolo che potrebbe aver avuto il Centro Skorpione, la base Gladio di Trapani che per un certo periodo è stata guidata da Vincenzo Li Causi:

“Il centro trapanese, sulla base dei documenti che ho visionato, sembra avesse il compito di monitorare gli spostamenti del giudice Paolo Borsellino già dal 1991. Ci si chiede come mai l’operazione Gladio prevedesse questo genere di attività. Come ci si chiede perché venissero autorizzate esercitazioni militari proprio durante i giorni in cui Giovanni Falcone soggiornava all’Addaura. Quindi, non è peregrino ipotizzare che la VII Divisione fosse una sorta di Gladio parallela, un’unità – come scritto nel documento pubblicato da Palladino – composta da militari super addestrati e tutti quanti abili nell’uso di esplosivo. Questo era il vero cuore di Gladio in Italia. E si aprono degli scenari inquietanti. Si rafforza ancora di più l’ipotesi che queste unità siano state operative per operazioni di guerra non ortodossa o addirittura in piani e disegni sovversivi dell’ordine democratico”.

Prendendo per buone le ipotesi investigative di Federico Carbone e prendendo per buono il documento pubblicato da TPI, un gruppo di soldati, il cui numero ad oggi non è dato sapersi, avrebbe imperversato in Italia facendo il bello e il cattivo tempo non si sa bene per quale finalità. Se questo fosse vero, apparirebbero sotto una luce diversa le morti di Vincenzo Li Causi e di Marco Mandolini. La loro eliminazione potrebbe essere la spia di un contrasto sorto all’interno della VII Divisione, come se in questa “Gladio parallela” fossero convissute anime pure assieme ad anime nere.

“Quando la VII Divisione venne sciolta – ci spiega Federico Carbone - alcuni uomini, compreso Vincenzo Li Causi, vennero inviati in Somalia, nello stesso periodo in cui lì c’era Marco Mandolini [che non apparteneva alla VII Divisione, ndr]. Li Causi e Mandolini già si conoscevano da tempo, Mandolini era stato un addestratore Gladio attivo a Capo Marrargiu, in Sardegna, e fu lì, anni prima, che i due si conobbero, quando Li Causi si occupava di radio-trasmissioni. Che vi fosse un’importante amicizia tra i due è la stessa famiglia Mandolini ad affermarlo, poiché dopo la morte di Li Causi, Marco Mandolini dichiarò a sua sorella, Ivana, che avrebbe indagato sulla morte dell’amico perché le circostanze che avevano portato alla sua scomparsa, secondo lui, non erano chiare. La cosa inquietante – chiosa Carbone – è che altri uomini della VII Divisione fossero presenti sul mezzo quando Li Causi morì”.

Chissà se la desecretazione di questa mole di documenti da cui è emerso anche quello

di cui abbiamo parlato risponderà a tanti misteri accumulatisi nel corso degli anni. “È tutto vero” ci dice una nostra fonte riservata “ma non si arriverà a nulla. Come per il caso Moro”. Lo Stato non processa se stesso.

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