È chiaro che "senza l'accettazione del dubbio non si può migliorare". O almeno ne è certo Mino Manni, l'attore, premio Franco Enriquez nel 2017, in scena fino a venerdì al teatro Oscar con "Il sogno di Galileo", di Luca Doninelli e Marco Bersanelli. Lo sentiamo un poco nervoso il giorno prima del debutto, anche se Manni è un attore esperto e insiste spesso sulla consapevolezza che deve guidare un interprete nella resa del suo personaggio (non per niente ha anche conseguito una laurea in Storia del Teatro e dello Spettacolo alla Statale e ha lavorato con importanti registi di teatro e di cinema tra cui Massimo Castri, Cesare Lievi, Michele Placido, Dario Argento). Una notte Galileo Galilei, padre della scienza moderna, interpretato da Manni, riceve in sogno la visita di Leonardo da Vinci, Tiziano Ferrari, che lo interroga. Nei cent'anni che li dividono, il modo di interpretare l'universo è cambiato: cos'è successo? Cosa si è frapposto fra loro, così che uno appartiene ancora al mondo antico mentre l'altro è tra i fondatori di quello nuovo? "In questo spettacolo parliamo di Galileo, ma lasciamo stare il processo - spiega Luca Doninelli, scrittore, direttore artistico del Teatro Oscar con Giacomo Poretti e Gabriele Allevi, autore del testo con Marco Bersanelli, docente di astrofisica e meccanica alla Statale nonché collaboratore dell'ESA (Agenzia Spaziale Europea)-. Ci chiediamo invece perché Galileo sia considerato il padre della scienza moderna". Manni in scena è uno scienziato deluso, che ha già dovuto abiurare le sue tesi, stanco. Eppure spiega a Leonardo quella che secondo lui è la differenza tra loro: la macchina per Galileo è un punto di partenza, non un punto d'arrivo. La sua scienza è la comprensione umana dell'esistente. Si basa sulla convinzione che la terra giri intorno al Sole (la teoria che fu costretto ad abiurare). Ecco che le scoperte ingegneristiche di Leonardo sono per Galileo solo degli strumenti. Attraverso il dialogo fra i due geni si rappresenta il salto mentale che fece l'uomo tra il primo ventennio del 500 e la prima metà del 600. "Recitare questo testo è un'impresa - continua Manni -: è basato sugli scritti dei due geni e con l'intervento di Bersanelli e di Doninelli". Uno spettacolo complesso? "Il testo pone molte domande, poi la regia di Gianmarco Bizzarri l'ha costruito immaginando un ideale dialogo fra Galileo e Da Vinci, eppure nessuno ha mai potuto ascoltare il loro modo di esprimersi. Abbiamo utilizzato i loro scritti, ecco perché lo spettacolo assume una dimensione onirica. Quel che è certo è che ci abbiamo messo tutta la passione e tutto l'amore possibile". Lo spettacolo ha inaugurato il progetto Turning Points ("punti di svolta"), una serie di azioni teatrali dedicate a quei momenti nel corso dei secoli in cui la conoscenza umana ha subito un improvviso e definitivo cambio di direzione.
Da Socrate a Cartesio, da Galileo a Einstein, da Cristoforo Colombo ai primi astronauti, da Brunelleschi a Picasso, il progetto dell'Oscar si inserisce nella volontà che guida questa sala: "Aiutare tutti ad aprire gli occhi, dicendo ciò che altri non dicono" conclude Doninelli.