Garantire che l'industria manifatturiera europea conti per il 20% del Pil dell'Ue (sceso al 14,3% nel 2024 dal 17,4% del 2000) entro il 2035, anno che rappresenta un chiodo fisso per Bruxelles. Stabiliti, inoltre, i criteri che regolano il Made Europe relativi alle basse emissioni di carbonio per poter accedere ad appalti e incentivi pubblici. Sono alcuni dei punti attorno a cui ruota l'Industrial Accelerator Act che la Commissione Ue ha illustrato ieri dopo diversi rinvii. La proposta interessa settori strategici come l'industria ad alta intensità energetica, l'automotive e le tecnologie pulite. Introdotte anche nuove condizioni relative ad alcuni investimenti esteri in comparti strategici. Per progetti superiori a 100 milioni, provenienti da Paesi che controllano una fetta rilevante della produzione mondiale (Cina in primis), si vogliono garantire ricadute industriali nell'Ue: trasferimento di tecnologia, una quota significativa di occupazione europea e accordi con imprese locali.
La proposta, che ora dovrà essere negoziata da Parlamento Ue e Stati membri, con le immancabili modifiche, prevede che dal gennaio 2029 nei settori delle costruzioni e dell'auto si applichino quote minime di prodotti a basso contenuto di carbonio e di origine europea: il 25% per l'alluminio e il 5% per il cemento. Per l'acciaio sarà invece richiesto un contenuto minimo del 25% di produzione low carbon. Sul fronte auto, il regolamento prevede che i veicoli green sostenuti da fondi pubblici siano assemblati nell'Ue e includano una quota significativa (70%) di componenti locali.
«Tutto questo - secondo il vicepresidente della Commissione Ue, Stéphane Séjourné - rappresenta un cambiamento di dottrina economica per l'Unione». Soddisfatto il ministro italiano Adolfo Urso: «Finalmente la proposta che noi abbiamo sollecitato del Made in Europe è contenuta nell'Industrial Accelerator Act. L'Europa ci ascolta».
Tra i pilastri della proposta di Bruxelles c'è l'uso della spesa pubblica per sostenere la produzione industriale. Gli appalti pubblici nell'Ue, infatti, valgono oltre 2mila miliardi.
Per Anfia (filiera italiana automotive) e Clepa (componentistica europea), «l'iniziativa rappresenta un primo importante passo al fine di preservare il tessuto industriale della filiera nel Vecchio continente».
«Ma il rischio - commenta Marco Bonometti, presidente della multinazionale bresciana Omr - è che il tutto si traduca in un aumento della burocrazia e in regole che appesantiscano le filiere a danno della competitività dell'industria manifatturiera europea.
Occorrono politiche forti a sostegno dell'industria, per favorire e finanziare l'innovazione come hanno fatto Cina e Usa. L'Ue, finora, è stata capace di porre regole come il Green deal, per non parlare delle multe che finanziano i nostri concorrenti».