C'è questa mania del precedente storico come se il presente non bastasse a se stesso, come se avesse bisogno di essere legittimato dal già accaduto: ecco perciò che una vicenda ambientata a Sigonella diventa subito «un'altra Sigonella» con richiamo al 1985 e a Craxi e a Reagan. Ma nulla è uguale a nulla, anche quando si somiglia.
Il punto in comune è certo la sovranità del nostro Paese. Nel 1985 era una sovranità fisica (chi controllava una pista di aeroporto e uomini e sequestratori) mentre oggi è strategica: chi decide se una nostra base entri logisticamente in una guerra. Allora si difendeva la giurisdizione italiana, oggi si misura il nostro grado di coinvolgimento in un conflitto. La parola è la stessa (sovranità) ma paradossalmente oggi pesa di più, perché quella di venerdì scorso è una sovranità che può trascinare più lontano.
Nel 1985 l'Italia di Bettino Craxi disse agli Stati Uniti che, su una base italiana, comandava l'Italia; lo disse con i militari schierati, con i carabinieri che circondavano i marines e con una tensione che sfiorò lo scontro armato. Era la notte dell'Achille Lauro, dei terroristi palestinesi, della pretesa americana di portarli via dal nostro territorio e dalla nostra competenza. L'Italia oppose un no che aveva un indubbio peso politico, e anche una sua teatralità: era visibile, fotografabile, perfino cinematografico. Oggi, invece, nella vicenda anticipata dal Corriere della Sera, la forma è opposta: anche in questo caso l'Italia ha detto no agli Stati Uniti sull'uso di Sigonella, e anche stavolta il richiamo è alle regole, ai trattati, al fatto che sul nostro territorio ogni decisione spetta a noi; anche stavolta, in sostanza, si ricorda che un'alleanza non è una delega in bianco. È questo il filo che lega le due Sigonella: il momento in cui Roma pone un limite a Washington. Ma qui il filo finisce, tutto il resto è diverso. Nel 1985 infatti si trattava di giurisdizione: chi arresta, chi processa, chi tiene in mano dei terroristi dopo un sequestro. Era una crisi chiusa, circoscritta, per quanto drammatica. Si giocava dentro un episodio preciso con un inizio e una fine. La sovranità era materiale: uomini, armi, pista, catena di comando. Un confronto diretto, quasi fisico. Oggi (venerdì scorso) la sovranità è più fredda, tecnica, anche più scivolosa. C'era da decidere se una base italiana poteva prestarsi a operazioni militari del conflitto di Stati Uniti e Israele contro l'Iran. È un altro livello. I bombardieri americani avevano inserito Sigonella nel piano di volo senza la prevista consultazione: non essendo voli logistici, non rientravano negli automatismi dei trattati e soprattutto erano diretti verso il Medio Oriente. Da qui il no italiano: un no meno spettacolare, ma più carico di implicazioni. La sovranità non è più solo territoriale, perché diventa una scelta di posizionamento, e svela un grado di coinvolgimento anche senza dichiararlo esplicitamente.
Cambia anche la spettacolarizzazione: non si può dire che il governo abbia gridato ai quattro venti quanto accaduto, né sono note reazioni d'oltreoceano. Il governo, anzi, si è affrettato a dire che non c'è rottura e che i rapporti con gli Stati Uniti restano solidi. È il contrario del 1985, perché oggi si contiene, si raffredda, si incapsula burocraticamente: mancata autorizzazione, mancata consultazione preventiva, caveat. Un gesto politico che non è uno strappo strategico.
Questo non banalizza l'accaduto, anzi: nel 1985 l'Italia difendeva un principio senza rischiare di essere trascinata altrove, oggi il principio si applica a margine di una guerra e questo cambia il peso di ogni decisione. L'analogia con l'altra Sigonella rischia di nascondere più di quanto spieghi, perché affrontare e risolvere una crisi diplomatica è diverso dal dover gestire l'implicazione in un conflitto, punto.
Insomma, il presente non ha bisogno di travestirsi da passato per essere compreso, semmai è il contrario: l'episodio di venerdì potrebbe essere il precedente di una prossima volta, per quanto, la prossima volta, sarà ancora diversa.