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Ali e Ahmadinejad, l'imam e il populista Il regime decapitato ha ancora un corpo

Dubbi sulla sorte dell'ex presidente. La teocrazia del terrore aperta da Khomeini vacilla. Ma restano i Guardiani a vegliare

Ali e Ahmadinejad, l'imam e il populista Il regime decapitato ha ancora un corpo
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Questa volta sembra davvero la fine, un panno nero copre la maledetta rivoluzione del '79 e butta giù metaforicamente la statua di Khomeini. La morte del suo erede, la Guida Suprema Ali Khamenei, così vecchio da sembrare intramontabile, e (forse) quella dell'ex presidente Ahmadinejad chiudono un'epoca. Due simboli sepolti sotto le stesse bombe. Il vecchio ayatollah che non aveva il carisma del maestro ma ne custodiva l'apparato con la pazienza feroce del burocrate e il populista che parlava ai diseredati delle periferie e negava la Shoah. Uno era il custode, l'altro l'istrione e insieme erano il volto del regime.

Febbraio 1979, l'Imam torna dall'esilio di Parigi. Khomeini ha settantasette anni, una barba bianca e un'idea fissa: il giurista islamico deve governare il mondo. Si chiama Velayat-e Faqih, la tutela del sapiente. Khomeini in pratica ha preso i filosofi di Platone e li ha farti incarnare nei sacerdoti, così in assenza dell'Imam nascosto, il dodicesimo della genealogia sciita scomparso nell'874, tocca al più giusto tra i dotti comandare su tutto: politica, esercito, giustizia, morale, persino il diritto di sospendere i precetti di Dio se serve a preservare l'Islam. Un potere assoluto, più grande di quello di qualunque Papa. La rivoluzione fu un'alleanza eterogenea: islamisti, marxisti, liberali, mercanti del bazar. Ma Khomeini li mangiò tutti. I comunisti del Tudeh finirono in carcere, i mujaheddin del Popolo furono sterminati, i liberali esautorati nel giro di mesi e intorno all'Imam nacque un apparato che non aveva nulla di spirituale: il Consiglio dei Guardiani per filtrare le elezioni, i Pasdaran per difendere la rivoluzione con le armi, il Basij per controllarla quartiere per quartiere. Non era più religione. Era un partito-Stato con Dio (e chi ne fa le veci) come segretario generale.

I segni di quel potere sono diventati il paesaggio dell'Iran per quasi mezzo secolo. I ritratti giganteschi sui muri di ogni città. Il chador nero per legge. La polizia morale che pattuglia le strade a controllare un filo di trucco, un ciuffo di capelli, la mano di un ragazzo nella mano di una ragazza. I tulipani rossi dei martiri, perché questo regime ha fatto del martirio un'estetica e un'industria. I ragazzini mandati sui campi minati con una chiave di plastica al collo per aprire il paradiso. Un milione di morti in otto anni di guerra con l'Iraq. E Marg bar Amrika - Morte al Dittatore - gridato ogni venerdì come un ritornello liturgico, il vocabolario della giustizia sociale rovesciato in strumento di dominio. Dentro questa fortezza il terrore è stato metodico, migliaia di esecuzioni nei primi anni, la fatwa contro Rushdie, testamento di intolleranza, la repressione delle donne, dei bahai, dei curdi, degli omosessuali. E ogni volta che qualcuno forzava la gabbia, la stessa brutalità: il Movimento Verde nel 2009, le proteste del 2019, Mahsa Amini nel 2022, i settemila morti del dicembre 2025.

Ora quel potere ha perso la testa, ma non il corpo. Restano i Pasdaran, che non sono solo un esercito ma un impero economico. Resta il Basij infiltrato in ogni fibra della società. Resta la Velayat-e Faqih incisa nella Costituzione. L'Assemblea degli Esperti dovrà nominare una nuova Guida, ma è fatta di ottantotto religiosi cresciuti nella stessa acqua torbida della teocrazia. Quarantasette anni di rivoluzione islamica hanno costruito qualcosa che non si smonta con un raid aereo. Sarebbe bello se il futuro avesse il volto di Mahsa. Le donne a testa nuda nelle strade.

I mariti e i padri che hanno sfilato con loro, ma chi entra nel vuoto di potere non sarà il popolo delle piazze. Sarà chi ha le armi, le strutture, i soldi. Si chiama Sepah-e Pasdaran, il corpo dei guardiani. E purtroppo vegliano ancora.

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