La guerra scuote i mercati energetici e rimette le banche centrali davanti a un dilemma già visto: reagire subito o attendere dati più solidi. Per ora, prevale la cautela. La Bce ieri ha lasciato invariati i tassi al 2% con decisione unanime, scegliendo una linea attendista in un contesto segnato dal rally di petrolio e gas innescato dal conflitto in Medio Oriente. Il rincaro dell'energia, già evidente sui mercati, rischia infatti di riaccendere pressioni inflazionistiche su scala globale, mentre l'incertezza geopolitica pesa sulle prospettive di crescita. "Il conflitto ha reso le prospettive significativamente più incerte, con rischi al rialzo per l'inflazione e al ribasso per la crescita", sottolinea Francoforte. Il nodo non è tanto lo shock iniziale quanto la sua persistenza. Il Consiglio direttivo guarda soprattutto agli effetti di seconda battuta: trasmissione all'inflazione core, impatto su salari, catene di approvvigionamento e materie prime. Variabili che potrebbero modificare il profilo dei prezzi nel medio termine e restringere il margine di manovra già nei prossimi mesi. Per adesso, però, prevale la prudenza operativa. "Siamo ben posizionati per affrontare l'incertezza", ha detto la presidente Christine Lagarde (nella foto), ribadendo un approccio guidato dai dati. L'inflazione resta intorno al 2% e le aspettative di lungo periodo sono ancorate, ma il deterioramento del quadro richiede vigilanza.
Le nuove proiezioni incorporano già l'impatto del conflitto: inflazione al 2,6% nel 2026 (rivista al rialzo), al 2% nel 2027 e al 2,1% nel 2028, mentre la crescita viene limata allo 0,9% nel 2026. In scenari più estremi, l'impatto sarebbe ben più marcato: con petrolio a 145 dollari e gas oltre 100 euro/MWh, l'inflazione potrebbe salire fino al 4,4% nel 2026 e al 4,8% nel 2027, con una crescita dimezzata allo 0,4 per cento. Una dinamica che imporrebbe risposte di politica monetaria molto più restrittive. Il contesto globale va nella stessa direzione. La Federal Reserve ha mantenuto i tassi al 3,5-3,75%, segnalando un'incertezza "elevata" sugli effetti del conflitto. Anche Bank of England 3,75%), Bank of Japan (0,75%), Banca nazionale svizzera (0%) e Riksbank svedese (1,75%) hanno scelto di non muoversi. È una pausa coordinata, più che una svolta. Le banche centrali non anticiperanno una tendenza che deve ancora essere confermata. Per la Bce, il rischio è duplice: evitare di reagire troppo presto a un fenomeno transitorio, ma anche non farsi trovare in ritardo come nel 2022. "Abbiamo imparato la lezione", ha sottolineato Lagarde. Sarà, ma i dati cui si aggrappano i vertici dell'Eurotower riflettono il passato ma è come rinunciare a dare una guida per il futuro e a dare una prospettiva. I mercati iniziano, intanto, a prezzare la possibilità di un rialzo entro fine anno, mentre l'ipotesi di tagli appare sempre più remota.
La politica monetaria resta ferma, ma il tempo per decidere si accorcia. Ieri le Borse Ue hanno vissuto un'altra seduta pesante lasciando sul terreno oltre 420 miliardi di euro di capitalizzazione. Milano ha ceduto il 2,3%, Parigi il 2%, Londra il 2,3%, Francoforte il 2,8% e Madrid il 2,3 per cento. I bund tedeschi sono schizzati al 3% per la prima volta dal 30 giugno del 2011. La situazione si è poi stabilizzata con lo spread tra Btp e Bund poco mosso a 82,1 punti.
A volare ieri sono stati soprattutto i prezzi di petrolio e gas. Sul fronte del greggio le quotazioni dei cargo in partenza dall'Oman hanno chiuso a 166,8 dollari al barile, quando fino allo scorso 26 febbraio viaggiavano intorno ai 70 dollari, segnando un rialzo di oltre il 138% in 3 settimane. Il petrolio Usa si è mantenuto invece intorno ai 98 dollari, mentre il Brent ha oscillato tra un massimo di 119 e un minimo di 97 dollari dopo che il sottosegretario al Tesoro Usa, Scott Bessent, ha annunciato che è allo studio la rimozione delle sanzioni nei confronti del petrolio iraniano già in transito sulle navi. Inoltre, la agenzia internazionale per il petrolio ha detto di aver iniziato il rilascio delle riserve sul mercato.
Ad Amsterdam, invece, il gas ha chiuso in forte rialzo: +13,5% a 61,85 euro al MWh), dopo aver toccato i massimi dall'agosto del 2022 a 64,6 euro. Perde ancora quota, invece l'oro (sotto la soglia dei 5.000 dollari l'oncia), con le attese per un rialzo dei tassi.