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Dalla centralità di Cristo ai dossier delicati: il primo anno del Papa "normalizzatore"

Il Pontefice ha arginato le ambiguità delle ali più estreme della Chiesa. Ora le nomine saranno all'insegna dell'unità

Dalla centralità di Cristo ai dossier delicati: il primo anno del Papa "normalizzatore"
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Pompei un anno dopo. Lo scorso 8 maggio, proprio nella cittadina campana della Madonna del Rosario, c'era stata la "profezia" del cardinale decano Giovanni Battista Re che aveva detto di aspettarsi la fumata bianca una volta tornato a Roma in serata. Così fu, ma ad affacciarsi dalla loggia di San Pietro era stato un po' inaspettatamente (soprattutto per la breve durata del conclave) il nordamericano Robert Francis Prevost. Ieri, esattamente 365 giorni dopo, Leone XIV ha passato proprio a Pompei (e poi a Napoli) il suo primo anniversario da Papa. Una candelina da spegnere proprio nel momento di massima visibilità e consenso per lui, arrivati suo malgrado per gli attacchi ricevuti da Donald Trump.

Qualcuno ha detto che il pontificato di Leone è iniziato proprio a partire dalla risposta energica all'offensiva della Casa Bianca. Un giudizio ingeneroso e che conferma quanto sia insidioso l'abbraccio metaforico di tanti neopapisti per opportunità politica. Se continuasse, Prevost potrebbe rispolverare il monito che metteva sull'attenti Benedetto XVI: "Se un Papa ricevesse solo applausi, dovrebbe chiedersi se non stia facendo qualcosa di sbagliato". Oltre a "pace", l'altra parola chiave di questo pontificato è stata "unità". Un anno fa in Cappella Sistina i cardinali cercavano un normalizzatore. L'hanno trovato in questo silenzioso agostiniano di Chicago con un curriculum ecclesiastico completo e inattaccabile e sul cui nome si è trovata un'inattesa convergenza tra conservatori e progressisti.

Lui quest'anno è stato bravo a non spaventare i bergogliani con temuti repulisti e al tempo stesso a non deludere del tutto le aspettative di cambiamento di conservatori e curiali. La mano del canonista si è vista nello stop alla spregiudicatezza giuridica degli ultimi anni e con il clima nuovo nei tribunali vaticani sul grosso pasticcio del processo Becciu. La formazione matematica si è notata nella gestione diretta dei dossier finanziari, con il ridimensionamento dello Ior negli investimenti e la soppressione della superflua commissione per le donazioni. Espressione della sua solidità teologica, da agostiniano, sono stati i suoi discorsi fortemente cristocentrici ed anche l'altolà alle ambiguità su pachamama e benedizioni arcobaleno. Riflesso della sua esperienza missionaria, invece, la prima esortazione apostolica Dilexi te dedicata ai poveri e il lungo viaggio apostolico in Africa.

Ora l'attesa è per vedere come la sua attitudine al governo, sviluppata nei due mandati da priore agostiniano, si tradurrà nell'agenda papale. Su questo piano le sfide maggiori al Papa "centrista" arrivano per le spinte centrifughe da sinistra (l'agenda liberal dei vescovi tedeschi) e da destra (l'aggravarsi dello scisma lefebvriano). La normalità di Prevost ha calmato i lunghi effetti del "pugno allo stomaco della Chiesa" (citazione del cardinal Angelo Scola) rifilato dal pontificato bergogliano. Lo ha fatto rimanendo nell'alveo della continuità, ma ripristinando i simboli che - anch'essi - costituiscono l'istituzione: la mozzetta alla prima apparizione, il riposo a Castel Gandolfo, il ritorno del Palazzo Apostolico.

L'azione normalizzatrice però non può reggere solo sulle gambe del Papa ed avrà bisogno di interpreti efficienti: la partita delle nomine, dunque, sarà d'ora in poi ancora più importante per concretizzare il manifesto programmatico all'insegna dell'unità proclamato sin da dopo

l'elezione. Il suo motto, l'agostiniano "In Illo uno unum" (Nell'unico Cristo siamo uno) resta la bussola mediante cui orientarsi per comprendere la navigazione di Prevost, calma e sicura anche quando il mare è molto mosso.

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