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Consulenti e omertà. Ecco come Askatasuna tiene in ostaggio Torino

L'"Area colta e borghese" è quella che non ha fatto scrivere mai che l'irruzione alla redazione della Stampa fu quasi certamente una vendetta per un articolo scritto da un cronista. Il consiglio giuridico: "Imbrattate pure i locali, ma non devastate..."

Consulenti e omertà. Ecco come Askatasuna tiene in ostaggio Torino

Zona grigia è per esempio quella dei giornalisti della Stampa e di Repubblica, che ieri hanno confinato nelle pagine locali due reticenti articoletti su Askatasuna che sabato a Torino aveva bruciato bandiere e lanciato bottiglie contro la polizia, deviando da una manifestazione e cercandosi rogne come sempre. "Area grigia colta e borghese" non è solo quella paventata dal procuratore generale torinese Lucia Musti il 31 gennaio scorso, qualcosa che normalizza i violenti di Askatasuna: è quella, per capirci, che non ha fatto scrivere (mai) che l'irruzione di Askatasuna alla redazione della Stampa (28 novembre scorso) fu quasi certamente una vendetta per un articolo scritto da Giuseppe Legato il 12 ottobre precedente: il collega aveva fatto nomi e cognomi (con foto) di tre antagonisti arrestati per violenze in vari cortei di Torino, e i nomi li aveva fatti solo lui, era evaso dalla zona grigia: a Torino questa storia la sanno tutti (solo lì) ma Legato, interpellato, non vuol dire una parola. Così tocca rivolgersi a una talpa di redazione per apprendere che la scrivania di Legato era stata presa di mira (ci hanno camminato sopra) mentre gli antagonisti di Askatasuna, trasmutati in pro Pal, quel giorno, gridavano "giornalista ti uccido". Poi a Torino il grigio confonde Askatasuna, pro Pal, anarchici, No Tav e tutto il resto. Uno degli arrestati, per dire, fu "responsabile di azioni violente" già a Roma nel maggio 2023, mentre tutti e tre gli arrestati erano in prima fila in un corteo "contro il governo Meloni" nel giugno e ottobre 2024, "andando a impattare sugli schieramenti delle forze dell'ordine", ha scritto la giudice. Paura di farne i nomi? Si chiamano Stefano Millesimo, Sara Munari e Nicola Francesco Gastini. Uno di loro era anche un ex attivista del Fridays for Future, anche se poi, secondo le carte, è passato ad accendere "gli animi della contestazione partecipando alle condotte violente contro la polizia". A Milano li chiamano "esperti del disordine". A Torino, invece, tutti sanno anche (ma non c'è la prova) perché Askatasuna, nell'irrompere nella redazione della Stampa a fine novembre, sia stata così attenta a non distruggere nulla: "Altrimenti sarebbero incorsi nel reato di devastazione", dice la talpa, "e invece così è solo imbrattamento, hanno dei buoni consulenti giuridici". Ce li hanno. Evitano tutti i reati più gravi, tipo terrorismo o associazione per delinquere. Sino a oggi, almeno. In ogni caso a Torino, dopo l'articolo di Giuseppe Legato sulla Stampa, la zona grigia entrò in subbuglio: alle proteste antagoniste e di ambienti contigui ("Pressenza", "InfoAut", "Mamme in piazza per la libertà di dissenso", "Osservatorio Repressione") si sommarono lettere di protesta pubblicate integralmente sul quotidiano torinese (una firmata "Torino per Gaza") e, risulta al Giornale, all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte comparvero due esposti contro Legato. È complicato convivere nel grigio padano e redazionale. Si prenda un altro collega della Stampa, Raphael Zanotti: il 5 febbraio scorso, dopo la manifestazione torinese di Askatasuna, ha scritto che quella del poliziotto preso a martellate potrebbe essere "la prima foto fake diffusa da account istituzionali: Viminale, Polizia di Stato, ministro dell'Interno" (l'articolo è sulla Stampa online) e però il collega Zanotti, secondo le carte in mano al Giornale, era anche lo stesso "soggetto di indubbio interesse giornalista de La Stampa, fratello di Zanotti Mattia, quest'ultimo sottoposto a custodia cautelare per l'attentato del 13/14 maggio 2013 al cantiere Tav", come si legge in un'informativa della Digos. Il collega Zanotti, il giornalista, è ritratto anche in foto e compare nello stesso fascicolo secondo il quale Ilaria Salis (come ha scritto solo il Giornale) nel 2014 risultava soggetto "particolarmente impegnato" nonché "raccordo" tra detenuti e complici" e, in particolare, con un successivamente condannato per danneggiamento, resistenza aggravata e porto di armi da guerra. Il collega Zanotti, il 27 febbraio 2014, si incontrò anche con il leader No Tav Daniele Pepino, e questo "dove abita Livio Pepino", suo padre, uno dei fari ideologici di Magistratura democratica che contrastò la linea torinese dei procuratori Giancarlo Caselli e Andrea Padalino e Antonio Ribaudo, che nel decennio scorso tentarono di contestare il reato di terrorismo contro i No Tav. Pepino senior ora è in pensione, ed è divenuto animatore No Tav dopo aver scritto nel 2012 un libro che è la bibbia appunto dei No Tav, mentre suo figlio, Daniele, si dimostrava a sua volta amante dei libri tanto da averne rubati undici in una libreria dell'alta Valsusa (denunciato dai Carabinieri) e questo, sia detto di passaggio, dopo essere andato in Kurdistan a combattere con alcune milizie marxiste considerate terroristiche in Usa, Regno Unito e Unione Europea; e questo, sia detto sempre di passaggio, prima di riaccasarsi ancora in Valsusa e proprio davanti al cantiere Chiomonte, dove ha una casa comprata dalla famiglia Pepino. Insomma, è complicato. Il faro di Magistratura democratica fu nominato anche "garante" nel disgraziato patto di regolarizzazione tra Comune e Askatasuna, definita, si ricorderà, "bene comune". Poi, quando il patto fu revocato e il centro sgomberato, a metà dicembre, Pepino si oppose duramente (interviste a raffica) e parlò di "contrapposizione muscolare, muro contro muro, repressione cieca". Mentre al quotidiano La Stampa, tornando ai colleghi, era nebbia in Valpadana. Poche ore prima della famosa manifestazione delle martellate al poliziotto, su alcuni social, circolava un video titolato "giornalisti di giorno scrivono contro Askatasuna, di notte vanno alle feste". Feste di Askatasuna. Ed è quello che si vedeva. Non c'è da fare i nomi: era una festa, magari stavano lavorando. Poi è vero, qualcuna ha dato voce alle difese dei manifestanti ("Io non ero lì: la difesa di uno degli arrestati", "Dai dolci nelle sagre di paese al carcere") ma il mestiere è così, bisogna pubblicare tutto. Quasi tutto: il Giornale ha già dato conto dell'intercettazione pubblicata sul Foglio tra un'avvocato No Tav (donna) che parlava al telefono ancora con Daniele Pepino, il figlio del magistrato: si dicevano "c'è sto cazzo di Padalino adesso mi sa che cercano tramite Magistratura democratica di dargli una tamponata". È il pm che per primo contestò il terrorismo ai No Tav (e che, come Lucia Musti, non appartiene a Magistratura democratica) il quale poi, per un capriccio del destino, subito dopo subì una maxi-indagine che gli devastò la vita, anche se ne uscì assolto. Ecco: i giornaloni più letti a Torino, di questa intercettazione, non hanno mai scritto una riga.

C'era altro da scrivere. Niccolò Zancan, altro bravo collega della Stampa, figlio del principe del foro e senatore dei Verdi Giampaolo Zancan (già difensore d'ufficio di riluttanti brigatisti rossi) l'8 febbraio ha pubblicato sul suo giornale un'intervista di un'intera pagina che andrebbe studiata nelle scuole di giornalismo; l'intervista è ad Andrea Bonadonna, uno dei fondatori e occupatori di Askatasuna che dopo trent'anni di manifestazioni e processi (No Tav, Gaza, G7, il catalogo è quello) non si fatto mancare il corteo del poliziotto martellato benché Bonadonna fosse confinato a Bussoleno, Valsusa; l'anno scorso è stato condannato a 9 mesi, e per quale reato? Non c'è scritto, nella paginata. C'è scritto che per un altro processo, in passato, era stato assolto, e che per quest'ultimo processo è stata derubricata l'accusa di associazione per delinquere ("quel reato non stava in piedi") ma non c'è scritto quale reato è rimasto in piedi; il reato "Proteste in Valsusa" è il massimo che si possa leggere nell'articolo di Zancan, oltre a sterminate giustificazioni delle violenze nonché al sottotitolo "Assalto alla Stampa? La sommossa è il linguaggio di chi non è ascoltato". Zancan, l'autore dell'intervista fatta a chi gli ha sfasciato la redazione, alla fine però fa questa severa domanda a Bonadonna: "Potevate bussare, non era meglio?".

Peccato che alla Stampa non ci sia più Massimo Numa, uno che nelle scuole di giornalismo lo studiano davvero. Nel 2013 si occupava di No Tav e ricevette in redazione un pacco bomba (120 grammi di polvere esplosiva) ma per fortuna non lo aprì; poi, per quasi tre anni, fu pedinato in ogni suo spostamento, come testimoniò un video del 2015 in cui era inquadrata anche sua moglie mentre andava a far la spesa. Numa era in pensione da un anno, ed è morto nel 2020.

Lui forse li avrebbe scritti, i nomi dei 13 arrestati No Tav/Askatasuna (10 marzo 2022, compreso il leader Giorgio Rossetto) cinque dei quali percepivano, scoprirono i giudici, il reddito di cittadinanza: persino Repubblica ci fece un titolo, la Stampa invece no, affogò tutto nel testo di una pagina locale. Eppure: "Rivoluzionari col sussidio" o "Nemici dello Stato a spese dello Stato" poteva essere un bel titolo.

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