Gli sbarchi e il silenzio della Ue. E Draghi va a Bruxelles

Il 24 e 25 maggio l’Italia avanzerà le sue richieste davanti a tutti gli Stati europei. È arrivato il momento di tirare le somme in materia di immigrazione

Gli sbarchi e il silenzio della Ue. E Draghi va a Bruxelles

Nel contesto contrassegnato dall’emergenza immigrazione l’Italia si trova di fronte a due dati di fatto che preoccupano non poco: da una parte continuano gli sbarchi dei migranti e, dall’altra, l’Unione europea si manifesta silente alle continue richieste di aiuto provenienti dal governo di Roma. Ma non è ancora una partita finita: il 24 e il 25 maggio prossimi il premier Mario Draghi prenderà parte al Consiglio europeo con delle richieste e “difficilmente tornerà a mani vuote”. La strada comunque è tutta in salita.

Cosa chiederà Draghi

Quelli del 24 e 25 maggio prossimi saranno giorni cruciali per capire se l’Italia potrà contare o meno in una svolta sul fenomeno migratorio attraverso l’appoggio dell’Europa. Gli Stati membri fino ad ora hanno infatti manifestato una grande assenza alle richieste di aiuto creando un grande vuoto. L’agenda della riunione straordinaria che si terrà a Bruxelles è ricca di punti all’ordine del giorno inseriti dai leader dell’Ue e, tra questi, è compreso anche quello del presidente del consiglio Mario Draghi. Il premier chiederà infatti di ottenere almeno lo stanziamento di fondi per i Paesi africani da dove si registrano i flussi delle partenze verso l’Europa. Sarà un obiettivo semplice da portare a termine? “Difficilmente Draghi - afferma su IlGiornale.it – il filosofo Corrado Ocone - tornerà a mani vuote. Qualche impegno, non solo di principio, probabilmente riuscirà a strapparlo e lo porterà a casa”.

I dubbi per Ocone sono semmai quelli in merito alla possibilità per l’Italia di toccare con mano un aiuto concreto: “Che poi gli impegni siano effettivamente rispettati - dichiara il filosofo - dagli altri partner, che non ci si perda per strada nella realizzazione, è tutto da vedere”. La strada per raggiungere l’obiettivo è molto tortuosa e di questo ne è consapevole anche il premier. Proprio per questo motivo sta puntando su diverse azioni. Tra queste vi è ad esempio l’idea di rinnovare gli accordi di Malta stipulati nell’autunno del 2019 e che non hanno ancora trovato attuazione tra gli Stati firmatari. Francia e Germania, come emerso in questi ultimi giorni, hanno fatto intendere la volontà di riattivare il meccanismo di redistribuzione attraverso il Patto stipulato a La Valletta. Ci potrà essere mai una collaborazione fattiva all’interno di questo Patto? Una domanda alla quale è difficile dar risposta, almeno per il momento. Secondo Corrado Ocone “più che di volontà di collaborazione si tratta di rapporti di forza. Draghi in questo momento- dice il saggista - è forte, autorevole, mentre le leadership di Merkel e Macron sono per motivi diversi entrambe in crisi. Non ci resta che sperare di portare a casa il massimo possibile”.

Gli sbarchi mettono in difficoltà il sistema d’accoglienza

L’Italia ha enorme bisogno di una risposta concreta da parte dell’Europa. Il nostro Paese è apparso in affanno nelle ultime settimane a causa del flusso dei migranti che improvvisamente, attraversando il Mediterraneo centrale, sono approdati a Lampedusa. Gli sbarchi sull’Isola maggiore delle Pelagie a dire il vero non sono una novità dal momento che, già dall’inizio del nuovo anno, sono stati diversi i barchini e i barconi che partendo prevalentemente dalla Libia e dalla Tunisia, hanno fatto rotta verso l’Italia. La novità semmai è quella legata agli arrivi di massa che rischiano di diventare una costante nelle giornate estive, quando il fenomeno migratorio raggiunge i suoi massimi livelli.

Quello che si è verificato nella prima decade di maggio con l’arrivo di più di 2mila migranti in sole 24 ore a Lampedusa potrebbe essere infatti il preludio di altri eventi dello stesso genere. Questo vorrebbe dire mettere in ginocchio il sistema di accoglienza. Che dire poi delle diverse centinaia di migranti arrivati attraverso le navi delle Ong? Recuperati in zona Sar non italiana, dalle imbarcazioni delle Organizzazioni Non Governative, gli stranieri trovano sempre aperti i porti dell’Italia dopo aver trovato chiusi quelli di Malta. A livello comunitario purtroppo viene presa in considerazione soltanto la principale interpretazione del regolamento Ue di Dublino, quella che dona agli Stati di primo approdo l’onere dell’accoglienza. Al contrario, la parte del regolamento che impone agli Stati membri di portarsi a casa i migranti recuperati in mare dalle proprie imbarcazioni non viene applicata. Di fatto ogni responsabilità viene scaricata all’Italia.

Il silenzio dell'Ue

La speranza riposta nel consiglio europeo del 24 e 25 maggio è quindi data da due specifici elementi. Da un lato la maggiore autorevolezza di Mario Draghi in ambito internazionale, dall'altro l'emersione di una situazione di emergenza in Italia tale da attirare l'interesse politico verso il nostro Paese. Al momento però anche sulle uniche proposte inviate da Roma, riguardanti soprattutto il via libera ai ricollocamenti dei migranti, ad emergere è stato il silenzio. Questo soprattutto per l'opposizione di alcuni Stati alle richieste italiane: “Meglio aiutare direttamente i Paesi africani a fermare le migrazioni – ha dichiarato lo scorso 11 maggio Karoline Edstadler, ministro dell'Interno dell'Austria – Manteniamo una posizione molto chiara: una redistribuzione dei migranti arrivati a Lampedusa non è la soluzione. Occorre che la Ue aiuti direttamente i Paesi africani”.

Se da Vienna è giunto un categorico rifiuto, da Berlino invece è arrivata freddezza. E non c'è da stupirsi: la Germania sta per entrare in una delicata fase di campagna elettorale, a settembre si apriranno le urne e il Paese dovrà scegliere il successore di Angela Merkel. Presentarsi agli elettori con un disco verde a una redistribuzione di migranti sul proprio territorio non appare conveniente ad alcuna forza politica tedesca. Per superare lo stallo, la commissione europea vorrebbe puntare su piani volti ad aumentare i rimpatri degli irregolari. Il problema in questo caso non sarebbe legato alla politica ma al tempo: per attuare programmi del genere, occorrono nuovi accordi con Paesi terzi e importanti investimenti. Elementi difficili da conseguire nel breve periodo.

“Per alcuni Paesi è allettante scaricare i problemi sull'Italia”

Non è però la prima volta che l'Europa, non appena sul nostro Paese si affaccia lo spettro di una nuova crisi migratoria, rimane volutamente sorda alle richieste pervenute da Roma. Al contrario, è una vera e propria costante che si rinnova stagione dopo stagione: “L’Europa del resto è un insieme di Stati nazionali che vorrebbero essere una federazione ma che fanno prima di tutto i propri interessi nazionali – ha osservato Corrado Ocone – E i cui governi, soprattutto, devono dar conto alle loro opinioni pubbliche”. Un po' come accaduto nel 2016 in Germania, quando in un primo momento, dinnanzi alla crisi migratoria innescata dalla rotta balcanica, il governo di Angela Merkel aveva aperto le porte a mezzo milione di siriani: “Ma, passata l’emozione, il giudizio positivo – ha ricordato ancora Ocone – alla luce della non facile integrazione dei nuovi arrivati, è andato scemando, trasformandosi spesso in un giudizio avverso”.

Un esempio utile a dimostrare come l'Europa sull'immigrazione, specialmente negli ultimi anni, penda sempre su un equilibrio molto sottile. Da un lato, a parole, richiama ai principi di solidarietà, dall'altro invece tende a scaricare gli oneri soltanto su pochi Stati: “Per gli Stati europei – ha concluso Corrado Ocone – trovarsi, grazie alla loro collocazione geografica, in una situazione in cui alcuni Stati, come l’Italia, si mettono in condizione di soddisfare le proprie esigenze di coscienza al posto loro, è allettante. Di qui la tentazione di scaricare su di noi l’intera questione”. Per questo anche il cammino verso il consiglio europeo appare in salita: difficile distogliere l'Europa dalla tentazione di usare come scudo ancora una volta il nostro Paese.

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