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Il duello in Biennale? È solo rinviato

È braccio di ferro fra il ministro Giuli e Buttafuoco. Ma dietro c'è l'ombra di Fazzolari

Il duello in Biennale? È solo rinviato
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Il malumore Giovanbattista Fazzolari non lo nasconde quando parla con il suo inner circle. "Questa è una settimana - spiega - in cui non possiamo mettere altre polemiche sul fuoco, ma di questa storia dei russi alla biennale di Venezia dopo il referendum ne riparliamo...". Non si tratta di un impegno generico da inserire sull'agenda ma di una vera promessa. Al braccio destro di Giorgia Meloni, all'uomo fidato della premier l'idea di un padiglione targato Cremlino, magari sponsorizzato dalla figlia del ministro degli Esteri di Putin, l'arcinoto Lavrov, non è andata proprio giù. Ne è nata una polemica che tira in ballo la cultura di destra, che ha contrapposto due gemelli fino a qualche settimana fa siamesi, seguaci dello stesso lessico talmente forbito da diventare a volte oscuro: il ministro della Cultura Alessandro Giuli e il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco. In realtà il primo dentro la disputa c'è finito quasi per caso, perché chi è stato davvero disturbato dal progetto - per usare un eufemismo - è stato proprio Fazzolari. "È un fatto gravissimo - si sfoga con i suoi interlocutori - perché interviene con leggerezza su una tragedia che dura da quattro anni, che ha mietuto centinaia di migliaia di vittime, sul dramma del popolo ucraino". Sullo sfondo, infine, c'è la Meloni che in questo momento ha un'unica bussola: non avere guai. E fuori campo Salvini dice: "Nessuna esclusione".

Che Buttafuoco e Fazzolari siano agli antipodi per mentalità, spirito e cultura ci vuole poco a capirlo. Il primo ha fatto dell'eresia una missione, del funambolismo intellettuale la sua cifra: ha scritto contemporaneamente su Il Foglio e su Il Fatto quotidiano per cui oggi dovrebbe dividersi tra il fronte del Sì e il fronte del No, si è convertito all'islam e ha il desiderio incontenibile di spiazzare sempre e comunque: per lui ospitare la cultura della Russia di Putin è naturale. La sua parola d'ordine è sorprendere.

Fazzolari, invece, è un uomo tutto d'un pezzo, è uno dei pochi (non ce ne sono tanti in circolazione) che crede in quello che dice sbagliato o giusto che sia, un toro non avvezzo ai compromessi: se sta con la Meloni sta con la Meloni, se sta con l'Ucraina pure. Non ha mezze misure nel suo "credo" e nelle sue passioni. Il verbo che preferisce nella lingua inglese è "I believe", quello che anima il latino di Sant'Agostino o il reggae di Bob Marley e Jimmy Cliff.

Entrambi hanno buone ragioni. Per Buttafuoco l'arte ha un messaggio universale, non ha barriere né confini. È lo strumento che dovrebbe far parlare i popoli, un veicolo di Pace. E poco importa se quel padiglione sia organizzato da un regime come quello di Putin che da quattro anni parla solo il linguaggio della guerra. Né che l'iniziativa abbia fatto insorgere la ministra della Cultura di Kiev e protestare la Ue. Bazzecole.

Naturalmente c'è anche l'altra faccia della medaglia. La presenza del padiglione russo è saltata in due edizioni perché gli artisti che avrebbero dovuto esporre si sono rifiutati per protestare contro la guerra. E per quell'atto probabilmente sono stati inseriti nella categoria dei "dissidenti" che a Mosca come tutti sanno non è un buon viatico e tantomeno una benedizione. Per cui riaprire quest'anno il padiglione russo quando ancora da quelle parti impazza la guerra un po' stona, tanto più se la mostra sarà patrocinata dal Cremlino. Per chi avesse voglia di rileggersi la Storia è esattamente l'opposto della vicenda che portò Picasso ad esporre Guernica all'Esposizione universale di Parigi nel 1937 (il quadro contro la guerra fu commissionato in piena guerra civile dalla Repubblica spagnola contro il franchismo imperante).

Tutti discorsi che nel duello tra Giuli e Buttafuoco non appaiono. La disputa ha preso la strada del "burocratese" oscuro ed enigmatico come la retorica dei due attori. Ieri gli uffici della Biennale di Venezia hanno inviato l'intera documentazione al ministero con l'assicurazione che "nessuna norma è stata violata e che le sanzioni verso la federazione russa sono state rispettate". Nell'arte la quadratura del cerchio è possibile anche se alla fine si rischia il pasticcio.

L'altra sera Fazzolari è stato sicuramente più chiaro con i suoi: "La nomina della Biennale è squisitamente politica per cui chi ci va può fare quello che vuole ma deve tenere conto delle implicazioni politiche". Sembra Aristotele alle prese con due discepoli di Platone. Lui, appunto, ci crede, a differenza di quegli "intellettuali che non hanno fatto un tubo nella vita".

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