La vera fase due di Giorgia Meloni si snoda tra Bruxelles e via della Scrofa. L'orizzonte politico è il voto nel 2027: un anno per rilanciare l'asse con i cattolici, svuotare il serbatoio elettorale di Vannacci e ritrovare il feeling con la destra sociale (tradizionalista). È una road map, che passa attraverso una rimodulazione delle relazioni internazionali. È bastato scrutare il volto della premier al Vinitaly: sorridente e rilassato. Non certo per un paio di calici di vino. È la conferma di una ritrovata linearità in campo internazionale. La tensione di Trump pone Meloni nella condizione di un leader europeo capace di assumere l'iniziativa con gli altri partner con maggior libertà. La tappa a Parigi al vertice dei volenterosi ne è la conferma. Nell'anno alle spalle le uscite del presidente degli Stati Uniti hanno messo a dura prova la pazienza italiana. La schiaffeggiata in eurovisione di Trump al presidente Zelensky alla Casa Bianca ha fornito un assist a Putin. E poi il balletto con l'Ue sui dazi. Per finire sulle accuse alla Nato di non aver aiutato gli Usa nella guerra in Afghanistan. Seguita dalla lettera di fuoco del ministro della Difesa Guido Crosetto all'amministrazione di Washington.
Alti e bassi che hanno creato un cortocircuito in un pezzo dell'elettorato di centro-destra. La nuova postura internazionale del governo si articola in due mosse. La prima è il graduale smarcamento (non da Israele) dal premier israeliano Benjamin Netanyahu. Lo stop al rinnovo del memorandum Italia-Israele non è una concessione alla sinistra (come rivendicano Schlein e Conte) ma la mano tesa alla "destra sociale". È l'elettorato su cui ha messo gli occhi Roberto Vannacci. Non vale molto, la stima è di una fetta di elettori pari al 1,5 % che però potrebbe risultare decisiva per la sfida alle politiche in alcune regioni in bilico. Il segnale lanciato da Meloni è stato raccolto da quel mondo. "Ho condiviso la fermezza con cui Giorgia Meloni ha definito inaccettabile l'attacco di Trump al pontefice e ha disposto la sospensione del memorandum con Israele", scrive su La Verità Marcello Veneziani, interprete di quel pezzo di destra critico su America e Israele. Con lo smarcamento da Netanyahu l'obiettivo è recuperare il voto filo-palestinese della destra che al referendum si è astenuta.
Secondo fronte: il rapporto con Donald Trump. Il tycoon rincara la dose contro Meloni: "L'Italia non c'è stata per noi, noi non ci saremo per loro. L'Italia nega l'uso della base in Sicilia agli aerei americani che trasportano armi per la guerra in Iran", scrive su Truth social. Per Meloni gli affondi di Trump potrebbero diventare (elettoralmente) oro colato. La difesa senza esitazione di Papa Leone da parte della premier rilancia l'asse tra Fdi e i cattolici. Non è che il feeling fosse saltato. Qui c'è stato un grande lavoro del sottosegretario Alfredo Mantovano. Ma rischiava di appassire per la guerra in Iran e la mano dura di Israele a Gaza. Lo scontro Trump-Meloni rimette al centro il tema della difesa dell'interesse nazionale, battaglia che tocca le corde a un pezzo di destra.
La fase due meloniana avrà una coda anche in via della Scrofa. All'indomani del referendum Meloni ha aperto il "dossier partito". C'è la richiesta di un ricambio generazionale. In varie regioni suonano campanelli d'allarme.
In Puglia le tensioni tra Fitto e Gemmato stanno generando caos soprattutto a Brindisi con l'addio di tre consiglieri Fdi e la sospensione di un quarto. Resta aperta la questione Trentino Alto Adige: a Bolzano in una settimana hanno mollato Fdi due consiglieri comunali. Il compito del capo organizzazione Giovanni Donzelli è di avviare una fase due anche sui territori.