Una delle cose laterali, ma più interessanti, di questa campagna referendaria è il nervosismo dei giornalisti engaged a sinistra. Lilli Gruber, Corrado Formigli e Massimo Giannini, sono i più sensibili, tra loro. Più che contestare la riforma della giustizia, si occupano dei giornalisti, che a differenza loro, non la considerano una deriva autoritaria. Oggi non riescono più ad usare il vecchio cliché della macchina del fango. D'altronde portare in scena casi di mostruosità giudiziarie, raccontare il perdurare del sistema Palamara, è difficile da contestare. E per di più c'è un vasto popolo a sinistra, tutt'altro che Meloniano, che su questo piano si è battuto per anni.
La strategia è quindi cambiata, ma la postura di ritenersi gli unici depositari del buon giornalismo resta immutata. Sono i figliocci, di serie B, dell'egemonia culturale gramsciana. Loro sanno fare le domande. Hanno la schiena dritta. Loro, per di più, rispettano par condicio e imparzialità. I tre dell'Ave Maria erano seduti, indignati, al tavolo de La7 per analizzare l'intervista rilasciata a Quarta Repubblica da Giorgia Meloni. E ciò che strideva era proprio il loro disprezzo nei confronti dell'intervistatore più che dell'intervistato. Se qualcuno, solo pochi giorni prima, avesse visto il "monologo" fatto da Giuseppe Conte a casa Formigli, sarebbe saltato sulla sedia non per l'assenza di domande, e neanche per l'"e beh certo" del conduttore, ma per il contenuto delle risposte dell'ex premier. Se qualcuno avesse assistito ai numerosi teatrini di Lilli Gruber, non si sarebbe chiesto che imparzialità possa avere una ex parlamentare dell'Ulivo, ma avrebbe, a secondo dei gusti, più o meno apprezzato il dibattito.
E se, infine, oltre alla Gruber e Formigli si fosse sorbito il libro di Giannini con Prodi (ex presidente del Consiglio) e avesse letto La Stampa diretta sempre da Giannini (editore Elkann) avrebbe finalmente capito che da quelle parti i giornalisti quando diventano direttori, preferiscono spostare a sinistra estrema il proprio sguardo, pur di non vedere la "macelleria sociale" che stanno compiendo i loro editori.