Tutto già visto a cavallo degli anni Novanta, quando entrò in vigore il nuovo codice e la magistratura e i giornalisti reagirono con un panico paragonabile a quello odierno per la riforma Nordio: la differenza è che, allora, rimase intoccata la Costituzione e i togati riuscirono a svuotare e rovesciare lo stesso codice (con la giurisprudenza) tanto che poi ci fecero Mani pulite, strage dello Stato di diritto. Ma, prima di essere fatto a pezzi, quel Codice fu dapprima osteggiato dagli stessi magistrati che poi si fecero "rivoluzionari": non solo le toghe del pool di Milano, ma il procuratore generale della Cassazione (il primo magistrato italiano) che all'inaugurazione dell'anno giudiziario 1992 definì le nuove norme addirittura "ipergarantiste", e dello stesso tenore furono le relazioni dei procuratori d'Appello. I cronisti, invece, protestavano perché dicevano che non avrebbero potuto scrivere più nulla, la solita storia: il vicepresidente del Csm, sempre nel 1992, disse che "la stampa deve intervenire solo a conclusione delle indagini, e l'avviso di garanzia deve essere protetto da segreto istruttorio". Sembra fantascienza. Non è successo, come tutto il resto: la custodia cautelare da "extrema ratio" divenne regola e tutto moriva nei verbalini strappati in carcere, durante le indagini preliminari, altro che centralità del processo. L'errore della politica, in un paese ancora scottato dal caso Tortora, fu quello d'inventarsi una mistura tra il vecchio Codice Rocco e quello anglosassone e dunque non fu introdotta la separazione delle carriere che avrebbe reso necessario cambiare la Costituzione. Scrisse Carlo Nordio nel 2022: "L'Italia si è data un Codice alla Perry Mason ma non può goderne gli effetti...
la nostra Costituzione, nata dalla lotta contro il fascismo, ha inghiottito sano sano il basamento stesso del Codice Penale fascista". In pratica, quasi quarant'anni dopo, la classe politica (compresa quella che plaudì a Mani pulite) sta evitando lo stesso errore.