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Già purghe tra i magistrati. "Lasci chi ha tifato per il Sì"

Dopo i cori anti-Meloni, Area si vendica: "Togliamoci i sassolini dalle scarpe". Lettera dei pro riforma: "Reazioni scomposte di chi ha vinto"

Già purghe tra i magistrati. "Lasci chi ha tifato per il Sì"
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Regolare i conti: con chiunque abbia osato spendersi per il Sì alla riforma della giustizia. All'indomani della vittoria dei No, dalle gerarchie locali e nazionali della Associazione nazionale magistrati parte la caccia agli sconfitti, nell'avvocatura e anche all'interno delle toghe. Ai festeggiamenti e ai "Bella ciao" di lunedì pomeriggio, sempre più euforici man mano che affluivano le proiezioni, lasciano il passo ieri avvertimenti espliciti. Tanto che dai magistrati che si erano impegnati per il Sì parte una lettera aperta, prima firmataria la giudice napoletana Natalia Ceccarelli: "Registriamo, purtroppo, le scomposte reazioni della parte vittoriosa, che non si è astenuta dall'additare come nemici, con cori da stadio, singoli colleghi espostisi per il Sì, dall'affidare ai social invettive contro l'avvocatura impegnata nella campagna referendaria, dall'invocare, infine, nelle chat dei colleghi, purghe interne nei nostri confronti".

Chi ha potuto leggere i messaggi nei gruppi whatsapp dei "puri e duri" del No conferma che il clima del dopo referendum è pesante. Il post più esplicito è firmato da un magistrato di Cassazione, esponente storico della corrente rossa Area, che scrive "è venuto il momento di togliersi i sassolini dalle scarpe". E rivolto ad "alcuni colleghi ed avvocati che hanno sostenuto il sì" li invita a "ad abbandonare la toga, non perché avete sostenuto legittimamente il sì, ma perché ho letto di vostri ricorsi o sentenze e l'aggettivo che meglio si attaglia è imbarazzanti". Tutti somari, i magistrati e gli avvocati che hanno appoggiato la riforma? La vera colpa, spiegano altri messaggi di ultras del Sì, è non essersi adeguati alla linea dell'Anm: "Chi ha sputato sull'ordine cui appartiene, sulla toga che indossa, su tutti i colleghi che fanno con onestà il loro lavoro, non può cavarsela, non deve cavarsela", scrive un magistrato "ortodosso".

Un avvertimento cui risponde con durezza Carmen Giuffrida, giudice minorile a Catania, anche lei tra i firmatari dell'appello per il Sì: "Nessuno di noi - dice a Radio Radicale - ha sputato sulla toga che indossa né sui colleghi, abbiamo provato a fare esattamente il contrario: abbiamo cercato di riscattare la toga e liberare i colleghi". La Giuffrida dice di non sapere da chi venga la minaccia: "Ma se viene da una persona delle correnti, noi che fine facciamo per colpa delle correnti lo sappiamo già". Che da un magistrato vengano parole simili, dice ancora, "vuol dire che quello che viene a mancare è la capacità critica di una classe che dovrebbe essere un'élite di pensatori. A noi rimane la prigionia".

Cosa si intenda esattamente per "non deve cavarsela" lo si scoprirà appena uno dei magistrati dissidenti avrà l'ardire di candidarsi per un posto direttivo o una promozione. E in futuro, nelle aule di tribunale, si capirà anche quali strascichi lascerà lo scontro frontale tra i magistrati del No e i tanti avvocati che si sono battuti per l'approvazione della riforma. Le ruggini, a quanto pare, non verranno archiviate in fretta. In un post l'ex presidente dell'Anm Luca Poniz, che lunedì pomeriggio era in prima fila nei brindisi delle toghe milanesi, ieri attacca frontalmente gli avvocati del Sì: "Esce travolta una intera classe dirigente dell'avvocatura, impegnata in una irresponsabile campagna di delegittimazione della magistratura". Per Poniz i dirigenti delle Camere penali hanno "trascinato l'intero ceto forense in una campagna faziosa e non di rado violenta". "Se esistesse anche un minimo di sensibilità istituzionale - aggiunge - ci si attenderebbe le dimissioni".

Immediata la risposta a Poniz - oggi sostituto procuratore generale a Milano - della giunta dei penalisti: "La cultura della giurisdizione si indebolisce ogni volta che il confronto scivola nella contrapposizione, addirittura nella denigrazione di una categoria, e si compromette quando si evocano logiche di resa dei conti, tanto più se affidate ai social".

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