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Guerra e Trump. Così il referendum ha catalizzato il malcontento

Lo sfogo di Fdi: "Donald? Un handicap per noi". Boccia: "Andremo in discesa"

Guerra e Trump. Così il referendum ha catalizzato il malcontento

Poco più di una settimana fa un esponente di Fdi di un certo peso, Alberto Balboni, presidente della commissione Affari istituzionali del Senato, sospirava: "Trump è un guaio. Sull'esito del referendum è stato un vero handicap per noi. Possiamo solo confidare in Dio". Balboni è stato facile profeta perché nella sconfitta del Sì di ieri ci sono tante cose e, magari, la meno importante è proprio il merito del referendum. O meglio il tema c'era. Ieri in una telefonata con Salvini e Tajani la premier avrebbe spiegato: "Il clima era più esacerbato di quanto pensassimo: ha vinto Gratteri".

Ma poi c'è il resto che nell'esito forse ha pesato anche di più: una nuova guerra di cui non si comprendono ragioni e finalità con l'Iran di cui hai le immagini tutti i giorni in Tv, che si è portata dietro la peggior crisi energetica degli ultimi venti anni con la benzina alle stelle può trasformarsi in una miscela letale per qualsiasi governo che viene collegato, a torto o a ragione, all'attuale inquilino della Casa Bianca. Il referendum, qualunque esso sia, è stata solo l'occasione per esprimere il malcontento.

Non per nulla in Europa, come se si voltasse pagina, sono stati premiati i governi che hanno più polemizzato con la Casa Bianca: domenica la Cdu del cancelliere Mertz nelle elezioni amministrative si è imposta in Renania e la diga socialista ha tenuto fronte alla Le Pen nelle grandi città francesi; Orban ha i pronostici contro nelle elezioni del 12 aprile in Ungheria. E le prospettive per lo stesso Trump nelle elezioni americane dei medio-termine non sono per nulla rosee.

Ecco perché il centrodestra avrà molto da ragionare su una sconfitta che ha una valenza politica di non poco conto e riguarda il rapporto con il suo elettorato. C'è sofferenza se dalle analisi dei dati emerge che le sacche di astensione colpiscono più i partiti di governo che non dell'opposizione: il 36% degli elettori della Lega hanno disertato le urne, come pure il 20% in Forza Italia. Alla fine il partito che più si è schierato con il Sì è stato quello della premier.

C'è un problema di classe dirigente grande come una casa e di comunicatori, ma anche di un governo che in uno scenario politico diverso deve scegliersi un altro profilo. Obiettivo non facile perché se da una parte la Meloni vuole giocare ancora la carta della stabilità, dietro l'angolo c'è il rischio del logoramento. "Non vuole mollare come ho fatto io - ragiona l'indovino Matteo Renzi - ma da qui alle elezioni per lei sarà una via crucis".

Spiega Giovanni Donzelli, ascoltassimo dalla premier: "Il rischio del logoramento c'è ma possiamo solo andare avanti: pur volendo tra guerre, situazione economica, scadenze e la pensione dei parlamentari non ci sono le condizioni per un voto anticipato. Trump ha pesato negativamente, eccome! Solo che se chiudiamo noi in Europa il canale con lui, chi ci parla? Chi evita altre follie? Ci sono i voti ma c'è pure la responsabilità. Per cui si prosegue con la legge elettorale. Giorgia la vuole assolutamente: non vuole pareggi e governi tecnici. Meglio perdere".

Il problema è che le sconfitte dividono. Gli alleati fanno le bizze e tentano di garantirsi un futuro. Ieri sul treno che lo riportava a Roma il leghista Stefano Candiani osservava analizzando i risultati: "Lupi dice di fare subito la legge elettorale: un pirla col botto! Così regali la vittoria agli altri e con il premio che ci siamo inventati non tocchi palla. Almeno con l'attuale legge riduci i margini di un'ipotetica sconfitta. Anche perché la crisi energetica si mangerà i margini per interventi nella legge di bilancio. Per noi sarà davvero complicato. Dietro la vittoria del No c'è il rancore che covava sotto la cenere nei confronti della Meloni, il referendum è stato solo l'occasione per fargli male. E poi lei dovrebbe ascoltare gli altri. Su sicurezza e immigrazione c'è da mettersi le mani nei capelli".

Ecco perché il rischio del "logoramento" è dietro l'angolo. Anche perché se la sconfitta divide, la vittoria unisce e spingerà l'opposizione a non concedere nulla alla premier per condannarla al "galleggiamento": già oggi le opposizioni chiederanno al governo di ritirare sia la legge elettorale sia la riforma del premierato. "Non sono un chiromante - ragiona il capo dei senatori del Pd, Francesco Boccia - ma il peccato originale della Meloni è di non aver capito che nelle ultime elezioni aveva vinto solo perché le opposizioni erano divise: aveva preso 12 milioni 400mila voti allora e ne ha presi altrettanti al referendum. Le opposizioni all'epoca - con Renzi e Calenda dentro - 14 milioni. La sua sconfitta è stata essenzialmente politica. Il referendum c'entra poco: ha scontentato il suo elettorato su temi come il fisco e ha pagato il rapporto subordinato con Trump. Noi? Andremo in discesa. La vittoria è un collante. Faremo le primarie per aiutare Conte a convincere i suoi a venire in coalizione ma per Palazzo Chigi oltre alla Schlein non ci sono altri nomi".

C'è però chi non la vede così facile. "C'è un rischio di hybris, di ubriacatura per la vittoria - confida un esponente della minoranza Pd, che dispensa un consiglio alla Schlein per simpatia - che aumenterà anche lo scontro tra Elly e Conte.

In più Conte, da ex premier, ha rapporti con certi mondi, con pezzi del Pd, con il deep state; la Schlein parla con pochi. Cose che contano nelle primarie e foriere di problemi: ecco perché la coalizione va tenuta larga, altrimenti il sogno di imporsi alle politiche si rivelerà un miraggio".

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