Quando nel corso della notte tra il sabato dell'apocalisse e la domenica dell'incertezza anche la tv di stato iraniana conferma la morte della Guida Suprema Ali Khamenei - anticipata sabato sera da fonti israeliane e da Donald Trump - con un annuncio diventato presto virale per il pathos e i singhiozzi dell'annunciatore, il mondo sbigottito prende coscienza di una nuova fase della storia dell'Iran e forse del Medio Oriente tutto. Ma si illuderebbe chi pensasse che la fine dell'uomo che ha tenuto sotto il suo tallone l'Iran per quasi 37 anni possa bastare per dichiarare chiusa la pratica di liberazione di un Paese che ha un sistema politico e religioso talmente compatto e pervasivo da poter sopravvivere anche alla morte del suo faro.
Così ieri i bombardamenti israelo-statunitensi contro l'Iran sono proseguiti per tutto il giorno. Nella mattina di ieri una Teheran mai così spettrale è stata percorsa solo dalle sirene degli allarmi e dai boati delle bombe che scoppiavano in diverse zone della città. Secondo quanto affermato dall'esercito israeliano, i caccia dell'aeronautica militare israeliana hanno sganciato tra sabato e ieri oltre 1.200 munizioni, colpendo centinaia di obiettivi militari iraniani e distruggendo "la maggior parte" delle scorte missilistiche dell'Iran e il quartier generale delle Guardie Rivoluzionarie, oltre che la sede della tv di stato. Colpito anche un ospedale nella capitale e la sede della Mezzaluna Rossa iraniana. Secondo un primo e certamente parziale bilancio della stessa Mezzaluna Rossa, gli attacchi hanno causato almeno 201 morti, 148 nel solo assalto alla scuola primaria femminile nella città di Minab. E poi ci sono i caduti eccellenti. L'Idf parla di sette comandanti militari eliminati. Alla Spoon River del regime di Teheran vanno aggiunti il capo dell'Unità di intelligence della polizia iraniana, Gholam Reza Rezaeian, il capo di stato maggiore delle forze armate Abdolrahim Mousavi e, soprattutto, l'ex presidente Mahmoud Ahamdinejad, la cui morte viene messa in forma dubitativa dall'agenzia semi-ufficiale Ilna: "Ahamdinejad è un martire?". Una storia già vista, la verità in Iran è spesso un'impostura.
Ma ieri è stato soprattutto il giorno della rivalsa iraniana, il graffio della bestia ferita. Fin dall'alba i missili degli ayatollah hanno colpito dovunque, in Bahrein, in Qatar, a Dubai, in Kuwait, perfino a Cipro e poi ovviamente in Israele e nelle basi americane in tutta la regione. Anche la portaerei Lincoln che incrocia nel Golfo Persico finisce nel mirino. "È stata colpita da quattro missili balistici, la terra e il mare diventeranno sempre più il cimitero degli aggressori terroristici", dicono spavaldi i pasdaran ai media locali. Notizia poco dopo smentita dall'Us Central Command: "I missili lanciati non hanno neanche sfiorato la Lincoln, che continua a operare per difendere gli americani". Americani che contano però le prime loro vittime: "Tre militari statunitensi sono stati uccisi in azione e cinque sono rimasti gravemente feriti", rende noto il Centcom su X. I colpi più gravi sono stati portati contro Israele. Nove persone sono rimaste uccise da un missile iraniano che ha sventrato un'abitazione e un rifugio a Beit Shemesh, nei pressi di Gerusalemme, provocando anche 28 feriti, mentre 11 sono i dispersi. Altre due persone sono morte nel tentativo di fuga.
La guerra andrà avanti, anzi si allargherà: il comandante supremo alleato della Nato in Europa, il generale statunitense Alexus Grynkewich, sta adeguando le forze alle necessità per difendere l'Alleanza da "potenziali minacce". Anche la Francia si muove: la portaerei Charles de Gaulle e il suo gruppo aeronavale hanno interrotto il previsto dispiegamento nel mar Baltico e si dirigono verso il Mediterraneo orientale.
L'Inghilterra, invece, permetterà agli Stati Uniti di usare le basi militari britanniche per colpire i siti missilistici iraniani. Insieme a Berlino, Parigi e Londra annunciano poi che prenderanno misure per difendere i loro interessi e quelli degli alleati nella regione. Inizia oggi una settimana decisiva.