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Meloni e il popolo del Sì: "Né paura, né menzogne. È un traguardo epocale"

La premier riempie il teatro Parenti a Milano: "Tentativi di riforma sempre naufragati per l'interdizione dell'Anm"

Meloni e il popolo del Sì: "Né paura, né menzogne. È un traguardo epocale"
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"Vogliamo cambiare un sistema che finora sembrava irriformabile, intoccabile, indiscutibile dopo decenni di rinvii, tentativi falliti, occasioni mancate. Lo facciamo per gli italiani che ce l'hanno chiesto, per le vittime di malagiustizia, per chi ha messo la faccia, per restituire il prestigio ai tanti magistrati che votano Sì, che sono più di quelli che lo dichiarano pubblicamente, per gli esponenti di sinistra che condividono questa riforma che affronta alla radice i principali problemi che sono alla base del malfunzionamento della giustizia" al di là delle barriere politiche. A Milano, davanti a una platea pienissima dentro un Teatro Parenti blindatissimo (con tanto di innocua ma rischiosa contestazione sul palco), Giorgia Meloni misura ogni parola. Alcune sono quasi sussurrate.

Ribadisce che continuerà il suo mandato anche se dovesse vincere il "No" ("vi tenete questo governo e anche una giustizia che non funziona") perché chi ascolta capisca la portata di un cambiamento epocale nell'organizzazione del potere giudiziario "finora immune da ogni tentativo di riforma, miseramente fallito, bloccato da una reazione sproporzionata e illogica", perché rinunci alla comodità di stare a casa. "Bastano cinque minuti per guardarsi allo specchio e scrivere il futuro", far prevalere una riforma "che modernizza e allinea il nostro ai Paesi europei", perché l'Italia "dei nostri figli corra e torni a stupire".

"Abbiamo bisogno di voi - è l'appello del premier - per uscire dalla coltre fumogena delle invenzioni e delle menzogne, compresa quella per cui io sarei stata dilaniata dalla tentazione di non mettere la faccia", da "slogan troppo semplici su materie troppo complesse", dal "catastrofismo di una perenne deriva illiberale" propalato dalla voglia spasmodica di mantenere lo status quo di "una macchina inceppata che mette a rischio libertà, salute e sicurezza".

Nessuno vuole eliminare la magistratura né "mortificare la separazione del potere legislativo da quello giudiziario", anzi "il legislatore deve fare il suo lavoro" soprattutto "quando un altro potere dello Stato è contrario, come è accaduto troppo spesso". E qui la Meloni ricorda quante volte in passato "gli sforzi concreti per riformare la giustizia" siano "naufragati a causa dell'interdizione esercitata dall'Anm o dai magistrati di grande notorietà mediatica".

Il potere non è conservazione, "quando gli italiani ci hanno affidato un mandato ci siamo assunti la responsabilità di rispondere. Io non governo per galleggiare - insiste il leader Fdi - governo solo se miglioro le cose". La parola chiave è responsabilità, "che deriva dalla parola respondeo, ovvero l'atto solenne di promettere e garantire". Ecco perché il suo invito ai presenti e agli italiani è di "non aver paura della libertà, di lottare per il merito, di preferire il popolo alla casta", sottolinea il premier, che insiste a difendere una riforma che attraverso il sorteggio dei togati al Csm tutela i tanti magistrati che questa riforma valorizzerà. Serve un'Alta corte per giudicare e punire chi sbaglia, mentre finora a fare carriera sono stati anche "magistrati che hanno messo in galera innocenti per reati mai commessi o giudici che ci mettono anche quattro anni per scrivere una sentenza". "C'è un eccessivo condizionamento politico nel Csm", che invece "dovrebbe esserne totalmente estraneo", chi non lo vuole dovrebbe votare Sì perché quando "si tende a privilegiare logiche di appartenenza alla meritocratica" è lì che scatta il controllo della politica sulla magistratura, che invece il sorteggio "già previsto dalla Costituzione, per giudicare i ministri" come è successo per il caso Almasri" dovrebbe disinnescare. Ed ecco perché "penso che si debba prevedere un periodo di decantazione tra la politica e l'ingresso come laico del Csm, cosa che non si è ritenuto di fare ad oggi". Da qui la necessità di separare le carriere come succede in 21 Paesi su 27 ("tutti illiberali", si domanda Meloni).

Eccolo, il bivio davanti agli italiani alle urne il 22 e 23 marzo: "Se vince il No avremo correnti ancora più potenti, magistrati ancora più negligenti che fanno carriera, immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà, antagonisti che devastano le stazioni senza conseguenze, milioni di euro risarciti per ingiusta detenzione o spesi per processi mediatici e inutili pagati dalle tasse, figli strappati alle madri perché i giudici non condividono il loro stile di vita se vivono in un bosco mentre nulla si fa per i bambini mandati a rubare o a fare accattonaggio...".

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