"Votare No per difendere la Costituzione" è uno degli slogan preferiti degli avversari della riforma Nordio. Ma siamo sicuri che il sistema vigente sia quello immaginato dai padri costituenti? Basta rileggere i dibattiti in Assemblea Costituente per trovare posizioni che, se ripetute oggi, verrebbero bollate come sacrileghe dai sostenitori del No.
Emblematica è la discussione sulla composizione del Csm che, originariamente, avrebbe dovuto essere paritaria tra laici e togati ma sfociò nell'attuale soluzione mista con prevalenza dei membri in toga grazie a un emendamento di Oscar Luigi Scalfaro. Già all'epoca i padri costituenti lanciarono l'allarme su rischi di "mandarinato" (Giovanni Persico) e di "elettoralismo" (Orazio Condorelli). Il dc Alessandro Turco osservò che "mentre la magistratura reclama la piena partecipazione all'esercizio della sovranità; d'altro canto, nella sua tesi estremista, tende a sottrarsi, con la richiesta di indipendenza integrale ed assoluta dell'ordine, a quella necessaria coordinazione, al collegamento con gli altri poteri sovrani", lamentando la volontà di "rendere indipendente l'ordine giudiziario dalla stessa volontà del popolo". E se l'articolo 104 sancisce che la magistratura è un "ordine" e non un "potere" lo dobbiamo al socialista Luigi Preti che fece passare (parzialmente) la sua tesi usando un'argomentazione oggi indigesta agli autoproclamati difensori della Costituzione: "Va bene che svolgano una delicata funzione e che perciò debba essere garantita la loro indipendenza; ma non si deve giungere a dichiarare nella Costituzione che rappresentano un ordine autonomo e indipendente. Affermare questo vuol dire riconoscere ad essi un pieno autogoverno, quasi che si voglia creare uno Stato nello Stato, o per lo meno una casta chiusa, intangibile. E mi sembra che in questa maniera si limiti anche quella che è la sovranità del Parlamento".
Addirittura Giuseppe Grassi, il Guardasigilli che firmò la Carta costituzionale, sostenne che "ora di fronte al Consiglio superiore non ci sarà più nessuno: le sue decisioni sono assolute e non sono più criticabili; esso diventa, diciamo così, un despota dell'ordinamento della magistratura". Ma forse oggi persino Alcide De Gasperi verrebbe accusato di essere un sovversivo se ripetesse che "quando si parla di indipendenza della magistratura si deve intendere codesta indipendenza sotto un duplice punto di vista, politico e morale, senza di che la magistratura rischia di divenire un organo avulso dal sistema della vita sociale". Anche nei decenni successivi, pure per esponenti della sinistra Dc non risultò un tabù proporre una modifica dell'articolo 104 sull'indipendenza della magistratura con una proposta di legge firmata, tra gli altri, da Gerardo Bianco e Tina Anselmi.
Come osserva al nostro giornale Marco Olivetti, docente di Diritto costituzionale della Lumsa e già tra i "35 saggi" di Enrico Letta nel 2013, "negli ultimi anni c'è stata una degenerazione del modo in cui il Csm ha funzionato sotto il dominio delle correnti e correggere questo sistema mantenendo l'impianto di fondo è un modo per servire e difendere la scelta che i
costituenti fecero". Per Olivetti la riforma Nordio rappresenta "un ritorno alla Costituzione" perché "tenta un riequilibrio nel rapporto tra politica e giustizia rispetto ai cambiamenti fatti negli anni di Tangentopoli".