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Quando lo Stato perde ma non si arrende

Lo Stato però non può logorare un uomo fino a fargli desiderare la condanna pur di smettere

Quando lo Stato perde ma non si arrende
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E se fossero innocenti? Questa domanda non andrebbe mai dimenticata quando si giudica una persona. È il tarlo del ragionevole dubbio. Se poi l'imputato viene assolto in primo grado e perfino in appello quel dubbio è di fatto una assoluzione. Solo che qui da noi non funziona così. Lo Stato che perde non si arrende mai. È il vizio segreto, il peccato originale di un sistema penale che ancora oggi, nel 2026, conserva nelle ossa la postura del codice Rocco, quel codice del 1930 che fu pensato per uno Stato fascista e che la repubblica ha rattoppato senza mai davvero rifarlo. Un giudice assolve perché il dubbio è ragionevole, e lo Stato fa appello. La corte d'appello conferma l'assoluzione, e lo Stato ricorre in Cassazione. Lo Stato però non può logorare un uomo fino a fargli desiderare la condanna pur di smettere.

L'articolo 27 della Costituzione dice che l'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. È una frase scritta in negativo per una ragione precisa. Lo Stato deve dimostrare la colpa, non il cittadino la sua innocenza. È il rovesciamento della logica inquisitoria, la differenza tra una democrazia liberale e un tribunale totalitario. Eppure accade il contrario. Quando il pubblico ministero perde, riapre. Si chiama "interesse pubblico", e suona bene, ma è la versione aggiornata di una vecchia presunzione di stampo autoritario: lo Stato ha sempre ragione, è solo questione di trovare il giudice giusto al terzo o al quarto tentativo.

Non dovrebbe andare così. Il principio di Blackstone, ripetuto da Voltaire fino a Pannella, è chiaro come un mattino di marzo: meglio dieci colpevoli liberi che un innocente in galera. Negli ordinamenti anglosassoni il double jeopardy lo traduce in regola netta, assolto è assolto. Lo Stato ha avuto la sua occasione, ha schierato polizia, intercettazioni, periti, consulenti, Ris, archivi, e se non ce l'ha fatta non può ricominciare daccapo. Da noi, invece, l'appello del pubblico ministero contro la sentenza di assoluzione è la norma. La Consulta, incredibilmente, nel 2007 dichiarò illegittima la legge Pecorella, che provava a limitarlo, in nome della parità delle armi. Bella espressione, peccato che le armi siano impari per definizione: da una parte lo Stato con il suo apparato sterminato, dall'altra un uomo solo che paga un avvocato di tasca sua e dorme male. Pensateci. Alberto Stasi fu assolto in primo grado. Assolto in appello. Condannato soltanto dopo tre processi e un nuovo giro di carte. Oggi a Garlasco si accusa, dopo quasi vent'anni, un'altra persona. Si dice che l'assassino è Andrea Sempio. Tutto questo avviene senza che nessuno abbia pagato per gli errori e se dovesse accadere di nuovo comunque nessuno pagherà. È la giustizia che ha sempre ragione. No, non può andare così. È arrivato il momento di cambiare la legge e scegliere il garantismo. Se il giudice di primo grado assolve la Procura non può fare appello sul merito. Ha avuto la sua occasione, ha perso, fine. Si potrà ricorrere per vizi di forma o per errori manifesti, ma non rimettere a giudizio un uomo già assolto come fosse un debitore moroso da inseguire fino in Cassazione.

È un principio liberale elementare, ed è proprio per questo che non piace alle procure. Non piace il "ragionevole dubbio", tanto in questa terra dove la giustizia è solo esercizio del potere nessuno si straccia le vesti per un innocente in carcere.

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