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Signorini scaricato dalla sinistra woke. Il vizio condannato dai nuovi puritani

Il caso del giornalista è solo la punta di un fenomeno che lega una morale bacchettona e i processi di piazza. E l’omosessualità torna un pregiudizio

Signorini scaricato dalla sinistra woke. Il vizio condannato dai nuovi puritani
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Se la vita fosse solo teatro, Alfonso Signorini sarebbe il colpevole perfetto. Non c'è bisogno di un processo. È l'uomo di potere che non fa nulla per dissimularlo, il suo sorriso un po' ambiguo è il segno che devi fare i conti con lui e da un suo cenno passano carriere, destini, successi, minuti di celebrità. È l'angelo, o il demone, che ha le chiavi del palcoscenico. Il pubblico ci crede e Fabrizio Corona è abile a centellinare quello che sta vendendo: il racconto di una caduta.

L'ultima puntata è il racconto grottesco di telefonate, messaggi, racconti, testimonianze dubbie e sfocate, frammenti di frasi e narrazioni, dove si allude e ogni cosa resta sospesa al confine tra il vero, il falso e soprattutto il verosimile: perché Signorini non dovrebbe comportarsi così? È il cortigiano omosessuale, arrivato dal fondo delle pulci, che il potere ha reso viscido, tanto da raggirare e ricattare le sue prede. È qui che spunta Vito Coppola, personal trainer in cerca di fortuna, che racconta le molestie subite da Signorini. Corona, con movenze da istrione "campionato", ne fa ascoltare la voce: "Alfonso voleva provare a baciarmi e a toccarmi. Mi ha messo la lingua in bocca e mi ha toccato".

Il pubblico non sa se questa storia sia reale oppure no, perché il segreto è proprio questo: non interessa a nessuno. Questo vale ormai per qualsiasi messinscena che diventa discussione di piazza. Accade per i casi di cronaca nera, per gli scandali politici, per le disgrazie varie e per le catastrofi di ogni tipo, per gli abusi di potere e vergognose meschinità. Il reato è irrilevante, quello che davvero conta è il ludibrio, non più scherno, ma incarnazione della colpa pubblica. Se lo dicono sarà vero. Il processo è talmente inutile che perfino i pubblici ministeri cercano di riscuotere la condanna nell'arena mediatica. La condanna, per quanto severa, finisce per essere una sorta di pena accessoria. Il personaggio è già stato distrutto e il fatto che sotto ci sia l'umano non ha alcun peso. Nessuno piangerà per lui.

Signorini è già stato sputtanato. La cosa più sorprendente è che il linciaggio morale avviene evocando, sotto sotto, i peggiori istinti raccontati in Ufficiale e gentiluomo. "Due cose sole vengono dall'Oklahoma: i tori e le checche. E io non vedo le corna".

Il compiacimento viene lasciato sullo sfondo, ma il gusto sta nell'aprire la porta della lussuria. La perfidia di Signorini sta anche nel non detto che comunque è "finocchio". La gogna alla fine è costruita sempre nello stesso modo. Signorini non è colpevole o innocente. Signorini è quello che fa nella sua intimità e che il tribunale indignato mostra sul palcoscenico. All'improvviso riappare l'etica bacchettona del vizio. La maledetta idea di depravazione cancellata dal gay pride torna a colpire il "colpevole perfetto". Nessuno, quindi, si preoccupa per questo "spettacolo d'arte varia" di un uomo sputtanato per via sessuale. Non c'è uno straccio di grammatica woke a tutelare l'ex direttore di Chi. I probiviri replicano: non è per il sesso ma per l'abuso di potere. Solo che questo abuso è ipotetico mentre il personaggio spogliato e cosparso di pece è fattuale. Signorini sfili per le strade della città. Perché? Ma perché è colpevole, lo dicono tutti. È il corollario di uno strambo puritanesimo Lgbtq.

Non c'è nessuno nella comunità di chi si batte, giustamente, contro le discriminazioni di genere che si alzi per la dignità di Alfonso. Non ci sono disegni di legge per lui. Non c'è un Alessandro Zan pronto a stracciarsi le vesti. Non ci sono piazze, bandiere, lettere aperte, prediche urbi et orbi. Non c'è nessuno che rivendichi il diritto di Signorini di resistere a tutto tranne che alle tentazioni, perché se sei il colpevole perfetto non hai il diritto di citare Oscar Wilde. Signorini non è neppure un presunto colpevole. È già stato punito, perché fa parte della lobby sbagliata. È uno di quelli che il buon Ranucci guarda con sospetto e quindi non ha speranze. Il sospetto è che Fabrizio Corona tutto questo lo sapesse fin dall'inizio. È una delle sue abilità. Corona si atteggia a Edmond Dantès. Questa è la puntata, una delle tante, che serve a vendicarsi di un mondo che lo ha punito più del dovuto. Se poi con questo sentimento si possono fare i soldi ancora meglio. Il Conte di Montecristo ha un fascino senza fine e sicuramente aveva ragioni migliori di Fabrizio. È che alla fine la seconda vita di Dantès finisce per scartavetrare le sue ragione. Non è più innocente.

La sua reazione non è solo mirata, ma colpisce tutto ciò che gli passa davanti.

Il senso di questa storia è che nel nome della vendetta e del disprezzo ideologico ognuno sacrifica qualcosa di sé: Corona la presunta innocenza, tutti gli altri i diritti universali.

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