Da oggi scatta il silenzio dei sondaggi in vista del referendum sulla riforma della giustizia, ma ciò "non ci impedisce - ragiona Antonio Noto direttore dello stesso Istituto demoscopico - di dare alcune interpretazioni". I numeri dati finora dagli istituti sono divergenti, e non di poco. Lasciano il tempo che trovano secondo Noto, perché la partita si gioca "da adesso in poi, nelle prossime due settimane".
L'ultima rilevazione di ieri di Youtrend per SkyTg24 indica una vittoria del No anche in caso di alta affluenza: nell'ipotesi che questa tocchi il 57,3%, i No sarebbero al 51,4%, i Sì al 48,6%. Non solo. Il vantaggio aumenterebbe in uno scenario di bassa affluenza. Cifre diverse dalla rilevazione di Noto per Porta a Porta di due giorni fa, che dava il Sì in vantaggio al 51,5% sul No al 48,5%, con un'affluenza al 41%. Un altro sondaggio dell'Istituto Piepoli, stavolta sulla categoria degli imprenditori, riporta il 57% per il Sì, contro il 43% per il No.
Insomma, secondo Noto "non c'è uniformità nei sondaggi, e non può esserci. E quanto peserà realmente l'affluenza nessuno lo può sapere". Di certo c'è stato "un calo del trend del Sì" nelle ultime settimane, "ma non è dovuto a un cambiamento di opinione nel merito del referendum, non c'è stato un travaso dal Sì al No". E cosa è successo? "Quello del centrodestra è un elettorato che ha bisogno di essere stimolato. Ricordiamoci che Berlusconi negli ultimi 4-5 giorni di campagna elettorale riusciva a recuperare anche il 5%. Storicamente l'elettorato del centrodestra non è mobilitato come quello del centrosinistra. E da qualche settimana la campagna referendaria si è spostata troppo sul tecnico, parlano i magistrati, che sono vicini all'elettorato del centrosinistra, e poco i politici. E soprattutto si è pensato che la politicizzazione del referendum potesse essere un fattore negativo, ma non è così, anzi. Anche perché il fronte del No ha invece politicizzato la questione. Tanto che nei nostri sondaggi chi vota No vota più contro il governo che contro la riforma".
Sul punto da parte di Palazzo Chigi c'è stata cautela. Non c'è stata nelle settimane scorse una discesa in campo diretta della premier Meloni nella campagna referendaria anche per il timore che una eccessiva politicizzazione potesse penalizzare l'esito stesso della consultazione, mobilitando di più la parte antigovernativa che l'elettorato del centrodestra. Si è preferito puntare su altri concetti, come la portata storica della separazione delle carriere. E la linea l'ha ribadita anche ieri la sorella della premier, Arianna Meloni, sui social: "La riforma della giustizia non è la riforma di Giorgia Meloni, è la riforma degli italiani: i governi passano, le riforme restano. Oggi abbiamo la possibilità di cambiare davvero, questa è la riforma che aspettiamo da 30 anni, di cui abbiamo bisogno e che ci meritiamo per rendere questa nazionale più moderna e più giusta". Di certo c'è ancora una grossa fetta di indecisi, quelli su cui si giocheranno le prossime due settimane. Noi nelle nostre rilevazioni abbiamo anche chiesto a coloro che non andranno a votare cosa voterebbero se fossero obbligati a farlo: il 56 per cento ha risposto che voterebbe Sì. È ancora tutto in bilico", sottolinea Noto. Per questo, sostiene, a livello comunicativo la riforma "andava politicizzata". "Forse si è scambiata la politicizzazione con la conflittualità, con la polemica verso l'avversario. Politicizzare significa invece creare un'identità di parte. L'elettore del centrodestra per andare alle urne ha bisogno di capire i vantaggi concreti di questa riforma.
Puntare la campagna solo sul concetto di separazione delle carriere senza spiegare gli effetti sulla vita dei cittadini non richiama quella parte alle urne". Su tutto questo piomba l'incognita della guerra in Iran che "rischia di accentuare la demotivazione".