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Sparò al pusher, agente arrestato. "Cinturrino può uccidere ancora"

Il poliziotto fermato per la morte di Abderrahim Mansouri, l'accusa è di omicidio volontario. L'arma collocata vicino al corpo e la messinscena. Il nodo delle complicità

Sparò al pusher, agente arrestato. "Cinturrino può uccidere ancora"
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"Luca devi venire con noi". Un mese di bugie crolla addosso al poliziotto Carmelo "Luca" Cinturrino alle otto e mezza di una mattina d'inverno, nel parcheggio del commissariato milanese di via Mecenate, quando si trova davanti i colleghi della Squadra Mobile venuti ad arrestarlo. Sapeva che il momento della resa dei conti era ormai prossimo, man mano che franavano le complicità dei colleghi che erano con lui in via Impastato, al "boschetto della droga" di Rogoredo, nel pomeriggio maledetto del 26 gennaio. Sperava di cavarsela con i domiciliari, invece capisce in fretta che la sua destinazione è San Vittore: il carcere dove per decenni ha spedito spacciatori grandi e piccoli, e dove ieri lo piazzano nel reparto dei "protetti", tra pentiti e pedofili, per tenerlo lontano dalle vendette degli amici di Abderrahim Mansouri, il trafficante che ha ammazzato con un colpo di pistola al cervello. Non gli aveva puntato contro nessuna pistola né vera né finta. Stava andandosene, era già girato. Il colpo calibro 9 sparato da Cinturrino non gli avrebbe lasciato scampo neanche se il poliziotto non lo avesse lasciato lì, venti minuti, ad agonizzare tra gli sterpi mentre organizzava la messa in scena, spedendo un collega in commissariato a prendere la borsa con la pistola finta da piazzare accanto al cadavere.

Ieri l'arresto di Cinturrino viene annunciato, con un mix di amarezza e di orgoglio, dai vertici della Questura e della Procura: lasciato libero, dicono, "poteva uccidere ancora", anche se la pistola gli era stata tolta. Ma quel che conta è il messaggio: tolleranza zero verso le mele marce, è la linea. Come, da quanto, e perché il 41enne poliziotto siciliano fosse diventato una mela marcia è uno dei temi d'inchiesta che vanno avanti: e se davvero fosse l'unica mela marcia del cesto. Nitida fin nei dettagli è invece la ricostruzione dei fatti. Dove a fare impressione è proprio la rapidità di riflessi di Cinturrino. Alle 17,32,35 lo spacciatore è ancora vivo, al telefono con un amico. 17,33,40, un minuto dopo, le telecamere riprendono l'agente Davide Picciotto che abbandona precipitosamente la scena, salta sulla Panda di servizio e corre in commissariato a prendere la valigetta con la pistola finta da mettere accanto al corpo del moribondo. Nel mezzo c'è stato il tempo per il faccia a faccia a distanza tra Mansouri e Cinturrino: il marocchino ha in mano una pietra ma fa appena il gesto di lanciarla, il poliziotto estrae la Beretta e la punta, Mansouri si gira come per ripararsi nel bosco, Cinturrino spara. "Gli ho detto: fermo, polizia", aveva raccontato. Ma è una delle sue tante bugie. Nessuno, degli altri poliziotti presenti in via Impastato, lo ha sentito aprire bocca. Cinturrino spara, e capisce fulmineamente che serve correre ai ripari. Serve un alibi, serve la pistola per dare la colpa alla vittima: che intanto non è ancora morta, crolla al suolo di faccia, Cinturrino la gira, e ha la conferma di quello che sapeva già: è "Zack" Mansouri, uno dei signori dello spaccio, uno che lo odia, e che da tempo va a dire in giro, tra il Corvetto e Rogoredo, di sentirsi perseguitato da quello sbirro.

Ma questo è il resto del film, è quello che Giovanni Tarzia - il pm che fin da subito ha capito che troppe cose non quadravano - definisce "il contesto". È l'indagine che va avanti, che serve a capire come sia stato possibile che per anni le operazioni "fai da te" di Cinturrino, i suoi metodi un po' da giustiziere e un po' da carrierista, fossero proseguite indisturbate. Serve capire se i capi, i colleghi che vivevano accanto a lui, nella caserma a due passi dalla Tangenziale Est, fossero distratti, succubi, complici. E serve anche, e soprattutto, a capire il movente.

Perché spara, senza dare il tempo a Mansouri nemmeno di alzare le mani? Per errore, per paura, per eliminare un testimone scomodo dei suoi metodi: tutte le ipotesi sono ancora aperte. Oggi, davanti al giudice, Cinturrino dovrà iniziare a dire qualche bugia in meno a dare qualche spiegazione in più.

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