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Il vigneto Italia alla riscossa. Dieci etichette da non perdere

Burocrazia, dazi e allarmi sanitari. La migliore risposta è la qualità

Il vigneto Italia alla riscossa. Dieci etichette da non perdere

nostro inviato a Verona

Che sia un momento fatidico per il vino italiano lo si capisce dalla fibrillazione politica che elettrizza i padiglioni di Veronafiere che ospitano l'edizione numero 58 del più importante salone italiano di un settore che rappresenta un vanto del made in Italy agroalimentare ma che è in sofferenza a che, come dice il segretario generale di Coldiretti, Vincenzo Gismondo, "va liberato dalle catene della burocrazia, dei dazi e delle etichette allarmistiche", cosa che permetterebbe di "recuperare 1,6 miliardi di euro alle aziende, risorse per continuare a investire su qualità, innovazione, enoturismo e promozione nei mercati internazionali".

E la politica risponde, eccome. Domenica, all'inaugurazione dell'evento veronese, c'erano cinque ministri: oltre al padrone di casa Francesco Lollobrigida (Agricoltura), spuntavano il ministro degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani, e poi Adolfo Urso (Made in Italy), Alessandro Giuli (Cultura) e il nuovo titolare del Turismo, Gianmarco Mazzi, di fatto al suo esordio pubblico e apparso particolarmente emozionato, essendo lui veronese, mentre l'opposizione era rappresentata dalla segretaria del Pd Elly Schlein, per tutto il giorno a spasso per i padiglioni. E oggi arriveranno la premier Giorgia Meloni e il vicepremier e titolare delle Infrastrutture e Trasporti Matteo Salvini.

Una discesa in campo di massa per la difesa di un settore che ha un impatto economico, diretto e indiretto, superiore ai 45 miliardi di euro, pari all'1,1 per cento del Pil nazionale, con un "fatturato" vero e proprio di 14 miliardi e una bilancia commerciale attiva per 7,2 miliardi. L'Italia è tradizionalmente il primo produttore mondiale in termini di volumi (nel 2025 la produzione è stimata in 44,4 milioni di ettolitri) e il secondo in termine di valore dopo la Francia, e conta su 530mila imprese e 870mila occupati.

Il vino italiano si difende certamente con l'impegno della politica ma soprattutto con un prodotto sempre più buono. E nel corso dei nostri giri al Vinitaly abbiamo potuto constatare un continuo miglioramento qualitativo e una incessante ricerca di aprire nuove aree di mercato con etichette innovative (al netto del settore NoLo, con poco o zero alcol). Ecco così, descritti in breve, i dieci migliori assaggi per i padiglioni veronesi, che avrebbero potuto tranquillamente essere venti o cinquanta.

Il viaggio incomincia in Valle d'Aosta, con Grosjean, produttore che quasi un decimo dell'intero volume della piccola regione alpina. E da cui abbiamo provato un elegantissimo Chardonnay dell'annata 2024, con un legno non troppo invasivo e fortemente espressivo. In Piemonte notevole scoperta quella dell'azienda del Monferrato Frasca La Guarigna, dove l'enologo e direttore Matteo Gerbi si è messo in testa di far fare il definitivo salto di qualità alla denominazione Nizza, che lui interpreta con un vino 100 per cento Barbera che nell'annata 2021è preciso, fresco ed elegante. In Liguria sempre notevole il lavoro di Lvnae della famiglia Bosoni, che lavora sui Colli di Luni e porta il Vermentino a vette inaspettate con l'Etichetta Grigia, che recentemente Wine Spectator, la più autorevole rivista mondiale del settore, ha inserito al 70° posto della classifica dei migliori cento vini del mondo, primo bianco italiano. In Alto Adige notevole il lavoro di Nals Margreid, una piccola cooperativa con 130 conferitori che produce tra l'altro il Sirmian, un Pinot Bianco che nell'annata 2023 esplode in bocca con equilibrio e personalità. Dal padiglione del Friuli-Venezia Giulia estraiamo l'Inaco 2021 di Le Monde, un Refosco da Peduncolo Rosso che fa tre anni di barrique e ha potenza, struttura ma anche equilibrio. Della Toscana potremmo dirvi tantissimo, ma dovendo scegliere ci piace indicare Torre a Cona della famiglia Rossi di Montelera che sui Colli Fiorentini lavora il Chianti Classico con pulizia e stile (vedasi il grandioso Molino degli Innocenti 2020, Docg Riserva) e fa anche un grande Vermouth. Nelle Marche focus sulla docg Castello di Jesi che mostra tutta la dsua poliedricità con vini diversi a ogni assaggio (per tutti il Gaiospino 2022 della Fattoria Coroncino, dal naso di erbe aromatiche e dalla bocca sontuosa e minerale). L'Umbria propone la novità più interessante in casa Lungarotti, dove il cavallo di razza Montefalco Sagrantino acquista la necessaria eleganza nel nuovo progetto Tenuta Brancalupo: il 2021, che fa quasi solo legno grande, si mostra in equilibrio tra potenza e controllo: un pugno in un guanto di velluto. Una sosta in Abruzzo da Masciarelli per assaggiare il Marina Cvetic Trebbiano Riserva 2024, che francesizza parecchio (ed è un complimento) e sta per uscire sul mercato (non fatevelo scappare).

Chiusura in Sicilia, dove ci hanno colpito i bianchi di Gorghi Tondi, azienda di Mazara del Vallo, in particolare il Kheirè 2024, un 100 per cento Grillo che fa per buona parte acciaio ma a cui l'uso della barrique per un 35 per cento della massa dona un po' di esuberanza.

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