Teatro

Mattarella primattore, intellettuali in prima fila e Giorgia entra da "sciura" nel salotto buono d’Italia

Serata perfetta: sfilano i politici, la Cultura rialza la testa, Meloni sdoganata e alla fine 13 minuti di applausi...

Mattarella primattore, intellettuali in prima fila e Giorgia entra da "sciura" nel salotto buono d’Italia

Nonostante gli appelli ufficiali da parte ucraina per fermare l’opera, reputata celebrativa della cultura russa, tutti, da giorni, raccomandano di non legare lo spettacolo che apre la stagione della Scala al conflitto russo-ucraino (il titolo fu scelto prima dello scoppio della guerra) e spiegano che volere vedere un collegamento con l’oggi è una forzatura... Ma non è facile. Qui si parla di uno zar sanguinario, di manipolazione, di un popolo tradito.

Dentro il teatro i rappresentanti delle istituzioni, la casta – peggio quella politica o quella dei media? – la Cultura e la finanza. Fuori, il popolo: i soliti militanti dei centri sociali – «Ricconi, dateci il denaro!», «Re-di-stri-bu-zio-ne!» - ma sono ogni anno di meno, sparita la classe operaia rimane quella operistica; e qualche supporter del gruppo ultra-ambientalista che al mattino ha imbrattato le pareti del teatro. Proteste, toilette, security e il foyer come un immenso, malinconico Instagram. Benvenuti alla “prima” della Scala numero 244, dall’estate del 1778 al 7 dicembre di oggi, stessi riti, stesse rivendicazioni, stesso glamour di sempre.

Ore 18, «Su il sipario!». E quest’anno ci sono davvero tutti. Il presidente Mattarella, come ogni anno acclamatissimo, ormai un attore consumato nel prolungare l’applauso, suo lo slogan della serata: «La cultura russa non si cancella». La presidente della commissione Ue, Ursula von der Leyen. I presidenti di Camera e Senato. Due ministri: della Cultura, Gennaro Sangiuliano, e dell’Università e Ricerca, Anna Maria Bernini. E poi, alla sua prima “Prima”, tra l’incuriosita e l’emozionata, Giorgia Meloni, in Armani blu: la figlia della Garbatella finalmente accolta, con un po’ di spocchia forse, nel salotto buono della Milano bene. Anche la città medaglia d’oro della Resistenza stringe la mano all’ex ragazza post-fascista. Dai campi Hobbit al palco reale della Scala in meno di 35 anni, percorso netto senza traumi né - più sperate che temute – contestazioni. E poi, fra palco e realtà, le stelle della cultura e dello spettacolo, forse quest’anno più numerose di quelle dell’imprenditoria e della finanza. C’è il regista Luca Guadagnino, Stefano Accorsi, la coppia intellettual-chic Fabrizio Gifuni e Sonia Bergamasco, Bolle che a ogni prima è sempre più giovane... Alessandro Baricco in formissima, un pezzo di editoria, da Luca Formenton agli Hoepli, il sovrintendete di Brera James Bradburne, un parterre di architetti – Rota, Boeri, Botta… - abbastanza per tirare su un’altra City Life, Morgan senza Sgarbi («Siamo una coppia aperta»), l’ex ambasciatore Sergio Romano, De Bortoli, la Aspesi, Augias, qualche revenant come Angelino Alfano, i soliti Monti, Passera, persino un magnante russo… Smoking, voglia di guardare chi ti guarda, e zero mascherine.

E così, fra cronaca e Storia, va in scena ilBoris Godunovdi Modest Musorgskij, musicista e compositore russo, un aristocratico che ha saputo svelare il carattere di un popolo – che è il vero protagonista dell’opera – e la vertigine del Potere, quattro secoli dopo il Boris Godunov storico, zar di Russia dal 1598 alla morte, nel 1605, e quasi dieci mesi dopo l’inizio del conflitto in Ucraina scatenato da Vladimir Putin. Diretto da Riccardo Chailly e con la regia del danese Kasper Holten, il Boris Godunov, tratto da Pukin, ambientato tra il 1598 e il 1605, il periodo dei Torbidi, prima dei Romanov, mette a fuoco l’ascesa e la caduta di Boris che diventa zar di tutte le Russie uccidendo il bambino erede al trono, lo zarevic Dimitri, per poi finire, dopo anni di regno cupo e sanguinario, dilaniato dalla follia e i sensi di colpa. Tra Macbeth e Riccardo III, fra Sheakspeare e le antiche Cronache russe, un’opera grandiosa che fra infanticidi, sacrificio di innocenti, assassini e allucinazioni, spettri insanguinati del passato – l’idea onnipresente del ghost - follia e tentativi di redenzione – il finale «Perdonate!» – è una feroce riflessione sul potere, la colpa e la sofferenza di un popolo vittima di un dittatore pronto a tutto per la sete di dominio, che esplora la natura umana e delle masse, senza personaggi femminili di rilievo o duetti d’amore. Solo sangue, follia, rivolte, tradimento, colpa, castigo. Un Ur-dramma. Se non si rischiasse di essere accusati di putinismo intellettuale, potremmo dire che se c’è un’opera in cui si sente più che in qualsiasi altra il grande spirito russo fra peccato e redenzione, quella è il Boris Godunov.

Due ore e venti di musica – più un prologo degli Inni e un “post” con gli applausi, e alla fine saranno 13 minuti – l’opera è divisa in sette scene incatenate. Nelle prime quattro assistiamo alla cerimonia pubblica dell’incoronazione, la sovversiva testimonianza di verità del monaco Pimen (è lo storico che conosce la verità sull’infanticidio, e dovrebbe rappresentare i cronisti-giornalisti che lottano per la libertà di parola, che illusione...) e la decisione dell’impostore Grigorij di pretendente il trono. Nelle altre tre scene – si svolgono sette anni dopo – vediamo lo zar Boris che non riesce a convivere con la sua colpa, precipitiamo con lui nel baratro della follia: e i suoi figli avranno lo stesso destino dello zarevic sgozzato... Cose degne di nota. La Storia che scorre su un grande rotolo di pergamena al centro del palcoscenico (le scenografie sono disegnate da Es Devlin). Boris, cioè il basso russo Ildar Abdrazakov, alla fine per lui un’ovazione. La scena dell’incoronazione su un tappeto di luce e d’oro e un cluster di accordi campanari. Il piccolo zarevic assassinato in camiciotto bianco imbrattato di sangue che silenzioso perseguita l’usurpatore. La scena davanti San Basilio in cui Boris protegge l’Innocente nonostante questi gli dica che non può pregare per lui perché come Erode ha ucciso un bambino senza colpa. E i costumi, che rimandano a tre epoche diverse: quella di Boris, il ’500, quella di Puskin, l’800, e quella attuale. Il ciclo di inchiostro e di sangue, cioè la Storia e la sua narrazione, non si chiude mai. Messaggio dell’opera: la coscienza opposta al potere, la forza della Verità contro la censura, la colpa individuale che finisce per pagare le inevitabili conseguenze; il richiamo alla Verità e la necessità di testimoniarla. Sì, è vero: Putin, l’Ucraina e la guerra non c’entrano nulla... Sipario

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