Ecco perché Gentile "seguì" Mussolini fino alla Rsi

Le lettere tra il filosofo e i suoi cari svelano come il Duce toccò il suo lato più umano

Ecco perché Gentile "seguì" Mussolini fino alla Rsi

Dopo aver appreso dalla radio la notizia della nomina di Giovanni Gentile a Presidente dell'Accademia d'Italia, una delle figliole predilette del filosofo, Teresina, scrisse al padre: "avremmo preferito che tu non rientrassi più nella vita politica e tanto meno in questo momento. Non desideravo io affatto che ti facessero Presidente dell'Accademia, mai, e tanto meno ora! Però non posso dirti quanto piacere mi abbia fatto il modo con cui mi han parlato di te ieri sera". E, ricordandogli che già da qualche tempo egli "era fuori da ogni lotta" e che, "novello Cincinnato" si era "ritirato in campagna" per dedicarsi agli studi e alla famiglia, aggiungeva preoccupata: "Quanta responsabilità, quante preoccupazioni, quanti pensieri vengono a te da questo incarico che seppure non è politico pure ti porta esponente del governo repubblicano". Il filosofo rispose raccontando le circostanze dell'incontro con Mussolini, che fu "commoventissimo", a quattr'occhi e durò quasi due ore senza che gli venisse né chiesto né offerto nulla: la proposta di nomina gli fu recata più tardi per iniziativa di un "ministro amico" ed egli non si sentì di rifiutarla perché "Non accettarla sarebbe stata suprema vigliaccheria e demolizione di tutta la mia vita".

Letto in controluce, questo scambio epistolare è importante perché chiarisce i motivi della scelta compiuta da Gentile nei confronti della Rsi: una scelta sulla quale gli storici hanno continuato a interrogarsi chiedendosi, in primis, se dovesse considerarsi un esito obbligato della sua filosofia e, poi, come potesse conciliarsi con il suo lealismo monarchico e la sua stessa visione della storia nazionale: del resto un grande studioso e suo amico, Gioacchino Volpe, pure considerato (ma a torto) storico ufficiale del regime, si rifiutò di aderire alla Rsi.

La caduta del regime fu vissuta dalla famiglia Gentile con sentimenti contrastanti e di forte preoccupazione. Il 26 luglio 1943, la moglie del filosofo, Erminia, scrivendo alla figlia Anna chiese: "che te ne è parso di questo cambiamento in Italia? Speriamo che tutto sia avvenuto per il bene dell'Italia", mentre Giovanni, in un poscritto alla stessa lettera, aggiunse: "I fatti del giorno per altro inclinano l'animo all'ottimismo perché tante cose ora si potranno risolvere meno difficilmente". Quello stesso giorno anche un altro dei figli del filosofo, Federico, che si trovava al fronte, fece conoscere ai genitori le sue reazioni: "La radio ieri sera mi ha portato la terribile notizia che mi ha annientato. Quanta parte della nostra vita se ne va con Mussolini! Penso a te, Papà caro, che veramente hai creduto e obbedito sempre con fede assoluta. Che cosa succederà ora? Caro Papà tu hai fatto tutto quello che dovevi fare: non puoi far di più. Sta tranquillo, se è possibile, pensa ai tuoi studi. Ma non accettare nessuna lusinga. Vorrei soltanto augurarmi che non pensino più a te e ti lascino tranquillo".

Della seduta del 25 luglio e della sostituzione di Mussolini con Badoglio, quindi della fine del regime, Gentile, allora ospite nella villa di un amico fiorentino, ebbe notizia all'improvviso e ne fu colpito profondamente. Tuttavia appare evidente dalla corrispondenza familiare egli, per quanto turbato, prese atto della situazione e accolse "Con disciplina e fiducia i messaggi rivolti allora alla Nazione dal Sovrano e dal nuovo Capo del Governo", come avrebbe scritto il figlio Benedetto in un memoriale, Giovanni Gentile dal discorso agli italiani alla morte (Sansoni, 1951, poi Le Lettere, 2024), che resta un documento fondamentale su quel drammatico periodo. Poi vennero, prima, la sgradevole polemica con il ministro dell'Educazione Nazionale del primo Governo Badoglio, Leonardo Severi, che lo amareggiò profondamente, e, poi, l'intercessione del "ministro amico", Carlo Alberto Biggini, titolare del dicastero dell'Educazione Nazionale nel Governo della Rsi, che lo spinse a incontrare Mussolini e gli offrì la direzione della Nuova Antologia e la presidenza dell'Accademia d'Italia. Gentile uscì dall'isolamento e visse il dramma italiano, per usare le parole di Benedetto, "Come era nella logica del suo temperamento e della sua formazione, come una questione morale".

Lo scambio epistolare tra il filosofo, la moglie e i figli è contenuto in un importante volume intitolato La famiglia Gentile. Lettere e fotografie 1900-1945 (Le Lettere, pagg. LXX- 1170, euro 90) a cura di Nicoletta Gentile Pescarolo e Caterina Cecioni con un saggio introduttivo di Gabriele Turi: un volume di rilievo non solo per ricostruzione di aspetti poco noti della biografia di Gentile ma anche perché, attraverso la corrispondenza tra i membri della famiglia esso consente di entrare nell'universo affettivo e nel privato di un tipico nucleo familiare della borghesia medio-alta della prima metà del Novecento: un nucleo che aveva interiorizzato certi valori, considerati virtuosi, dell'Italia post-risorgimentale, a cominciare dall'amor di Patria per finire con una sorta di affettuosa complicità familiare.

Ottavo di dieci figli, Giovanni Gentile fu a sua volta capostipite di una famiglia numerosa: ebbe sei figli, tutti legatissimi fra loro e destinati a lasciare un segno nei rispettivi ambiti lavorativi. La famiglia era molto unita: ben lo dimostrano le tante lettere che i suoi componenti si scambiarono e che, fortunosamente ritrovate, sono state raccolte in questo denso volume dal sapore e dall'andamento di una vera e propria saga familiare. Un volume, va detto subito, che malgrado la mole e le caratteristiche di opera scientifica si sfoglia con piacere e curiosità e si legge come se si trattasse di un "romanzo epistolare".

Attraverso lo scambio di lettere all'interno della famiglia Gentile emergono tanto un suggestivo spaccato di vita familiare che sottolinea la frugalità, l'onestà e la passione civile, ma anche i gusti e il modus vivendi di un emblematico nucleo borghese dell'Italia post-unitaria quanto un vivace affresco della stessa società italiana in profonda trasformazione, e quanto, ancora, un quadro, sia pure riflesso, dei grandi avvenimenti nazionali di quei decenni. Così, sullo sfondo, si stagliano le grandi polemiche intellettuali, a cominciare dal rapporto di Gentile con Croce, le eccezionali iniziative culturali legate al nome del filosofo, prima fra tutte la creazione dell'Enciclopedia Italiana, le profonde polemiche sulla Conciliazione, i rapporti dello stesso Gentile con il regime, che, peraltro, a partire da un certo momento, lo emarginò.

Per quanto la politica non costituisca l'argomento centrale della corrispondenza, prevalentemente intima e familiare oltre che condita di gustosi aneddoti, non mancano in essa giudizi e notazioni di rilievo su protagonisti della scena pubblica utili per ben comprendere il clima del Paese. La parte più significativa dell'opera è quella che riguarda gli anni del fascismo e, in particolare, la guerra e l'ultimo scorcio del regime. In questo periodo, uno dei figli di Gentile, Federico, che aveva preso parte al conflitto come militare, venne imprigionato dai tedeschi e recluso nel campo di Wietzendorf.

Gentile, come risulta in più passaggi del carteggio, interessò direttamente Mussolini pregandolo di intervenire su Hitler affinché Federico fosse rintracciato e fatto rientrare in Italia: l'8 aprile 1944, per esempio, egli poté finalmente scrivere a una delle figlie, Anna, parole di speranza: "In questo momento ricevo una lettera autografa molto affettuosa di Mussolini che mi assicura d'aver dato ordine all'ufficiale tedesco di collegamento che è presso di lui, di far subito ricerca di Federico e farlo rimpatriare. E sperare che la cosa abbia subito buon esito come in altro caso a cui egli si è interessato".

Un piccolo gioiello, insomma, che unisce la "microstoria" familiare con la grande storia.

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