«Bossi vuole la separazione delle carriere». Era la primavera del 2004 quando il ministro della Giustizia, il leghista Roberto Castelli (foto), annunciava: «Bossi presenterà un disegno di legge costituzionale per la separazione delle carriere, l'elezione diretta dei pm, e probabilmente la loro regionalizzazione», sottolineando come si trattasse «di una proposta che non faceva parte del programma elettorale». La legislatura berlusconiana era a metà del guado e con quel segnale («vedremo cosa ne pensano gli alleati») la Lega voleva forse pressare tutti, per evitare che la riforma dell'ordinamento giudiziario si impantanasse.
Ne aveva fatta di strada il Carroccio, dall'impeto delle prime pulsioni giustizialiste. E al di là di quella previsione di una «giustizia territoriale» - che per il partito del federalismo aveva il sapore di una bandierina - la questione giustizia era terribilmente seria, e concreta già allora l'idea di cambiare. «Le intenzioni c'erano tutte. Quella sulla giustizia fu una delle prime questioni discusse - ricorda oggi l'ex ministro - ma gli altri ci dissero subito che, una riforma della Costituzione non si poteva fare». Fuori dal centrodestra, poi, «non ne parliamo...». «Allora mettemmo in pista quella riforma dell'ordinamento giudiziario, in cui si cominciava ad abbozzare proprio una sorta di separazione delle carriere, poi perfezionata dalla Cartabia. Insomma, il tema era già ben presente».
Ben presente, e tutt'altro che agevole. «Bisogna pensare che il presidente Ciampi, nel messaggio con cui rimandava al Parlamento la riforma, sollevava quattro punti, sostenendo che si andava a lambire le previsioni costituzionali, e forse aveva ragione su quello».
Nella coalizione convivevano slanci e realismo, velleità riformatrici e moderazione. «Forza Italia e Lega spingevano - ricorda Castelli - ma gli alleati si erano messi di traverso». Ecco la decisione di «ripiegare» su una solida riforma ordinaria, anche se con ambizioni istituzionali.
Per la Lega, era l'approdo di un percorso che partiva da lontano, molto: dal cappio in Aula, dieci anni prima. La Lega era nata come forza anti-sistema, negli anni in cui la Prima repubblica faceva sentire forti scricchiolii, preludio di un crollo che sarebbe arrivato - appunto - sotto i colpi del giustizialismo.
Erano gli anni del «furore» mediatico-giudiziario. «Il clima era quello - ricorda Castelli - Tutti erano giustizialisti, l'atmosfera politica era un delirio, in cui si stava spazzando via una classe dirigente».
E in fondo era quello che la Lega aveva sempre voluto: spazzare via il vecchio sistema politico.
Eppure, nel momento di massima forza, la «rivoluzione» Mani pulite si mostrava per quello che era. «Ci siamo accorti che dietro c'era una forte strumentalità». «Si diceva per esempio che il procuratore Borrelli si fosse messo in testa di fare il presidente della Repubblica».
Lì, a poco a poco, la svolta. «La Lega ha attraversato fasi diverse, a seconda dei momenti storici e politici» riflette Castelli. «Lì abbiamo aperto gli occhi sui rischi per la democrazia» ammette. «L'equilibrio si è rotto con la sciagurata riforma dell'articolo 68», quando si cancellò a furor di popolo l'immunità parlamentare. Lì si fece strada la Lega garantista.
«Passata l'ubriacatura, sì. E fummo anche duramente colpiti» aggiunge Castelli. «Ma io ricordo il nome di 7-8 governatori costretti a dimettersi e poi assolti». Il resto è storia di oggi. Carriere separate e referendum, appunto.