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“Voto sì perché mi hanno rubato la vita”. L’appello di Beniamino Zuncheddu al referendum

L’allevatore rimasto ingiustamente in carcere per 33 anni si rivolge agli elettori con un video pubblicato sui social del comitato per il Sì: “Hanno rubato la salute a me e ai miei familiari”

“Voto sì perché mi hanno rubato la vita”. L’appello di Beniamino Zuncheddu al referendum
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“Voto sì, perché per ingiustizia mi hanno rubato 33 anni di vita”. A esprimersi così è Beniamino Zuncheddu di Burcei, l’allevatore sardo condannato all’ergastolo dalla Corte d'assise di Cagliari l’8 novembre 1991, scontando la pena per più di tre decenni in vari istituti penitenziari della Sardegna. Il 26 gennaio 2024, alla conclusione del giudizio di revisione presso la Corte d’appello di Roma, Zuncheddu venne definitivamente assolto per non aver commesso il fatto, dopo aver trascorso la detenzione da innocente più lunga nella storia italiana: 33 anni, per l’appunto.

“Mi hanno rubato la vita. Perciò, quando sono uscito, mi sono preso le mie buste e oggi non ho visto niente”, prosegue Zuncheddu in un video postato dai profili social del comitato “Sì riforma” in vista del referendum confermativo sulla riforma costituzionale della giustizia scritta dal ministro Carlo Nordio - previsto per i prossimi 22 e 23 marzo - che prevede la separazione delle carriere dei magistrati e il sorteggio dei componenti dei due nuovi Consigli Superiori della Magistratura e dell’Alta Corte disciplinare. “Mi hanno rubato la vita. Non ho visto assolutamente niente e in più mi hanno rubato tutto. Anche la salute. Non solo a me, bensì anche ai miei familiari. Perciò votate tutti sì”, è l’appello definitivo di Zuncheddu in vista della consultazione referendaria di inizio primavera.

Beniamino Zuncheddu era stato considerato l’unico responsabile della strage di Sinnai, in provincia di Cagliari, dell’8 gennaio del 1991 in cui furono uccisi Gesuino Fadda (56 anni), il figlio Giuseppe (24) e Ignazio Pusceddu (55), i primi due proprietari di un ovale e l’ultimo semplice dipendente. Nell’agguato a colpi di pistola rimase ferito il genero di Fadda, Luigi Pinna. Gli investigatori concentrarono la loro attenzione sulla faida tra famiglie di pastori, complici i dissidi tra i Fadda e gli Zuncheddu, tali da arrivare all'uccisione di capi di bestiame. Determinante fu la testimonianza del sopravvissuto Pinna: in un primo momento dichiarò di non aver riconosciuto l’aggressore, per poi puntare il dito contro proprio lo stesso Zuncheddu. Nel faccia a faccia del 12 dicembre 2023 tra Pinna, teste fondamentale che allora accusò Zuncheddu, e il poliziotto Mario Uda sono emerse delle discordanze: “L’agente di polizia che conduceva le indagini, prima di effettuare il riconoscimento dei sospettati mi mostrò la foto di Zuncheddu e mi disse che il colpevole della strage era lui”.

Francesca Nanni, procuratrice generale di Milano, raccontò al nostro Giornale come è riuscita a far scarcerare l’innocente. “Rimasi colpita in particolare da un dettaglio della storia: il condannato, che aveva ormai espiato quasi tutta la pena in carcere, non aveva ottenuto la liberazione condizionale dal Tribunale di Sorveglianza solo perché continuava a definirsi innocente. Per esperienza so che è un atteggiamento non comune. Così, studiai le carte: l’avvocato aveva raccolto pareri scientifici aggiornati, aveva una consulenza balistica nuova e molto seria. Un ottimo lavoro.

Va spiegato che la difesa può fare domanda di revisione anche in solitaria, ma Trogu riteneva di possedere buoni argomenti da spendersi anche con il procuratore generale e pensò che, se mi fossi convinta, il mio parere avrebbe avuto un certo peso presso la Corte d’Appello”.

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