In un articolo per la rivista Qui Touring del 1985 si chiedeva come arginare il turismo di massa (quando il termine overturism non era ancora stato inventato) e salvare le nostre città d'arte da folle «munite di fiaschi, scatolette, Coca-Cola e grandi cartate di salami». In uno, pubblicato sul quotidiano L'Italia di Milano nel '57, narrava il turista di oggi, che «non è un riflessivo né un contemplativo, ma un uomo incalzato da un ritmo esasperato di vita (vedesse l'uomo del 2026..., ndr) e che tende a guardare e fuggir via». Mentre in un pezzo per il Giornale del Popolo di Lugano, del '51, stigmatizzava «l'onda profana di pubblico» che si riversa - erano i giorni di Pasqua - sulle città del centro Italia: «Dopo la visita al Duomo il turista è sfinito. Lo sforzo mentale è stato superiore alle sue possibilità, e ormai non sarà più che un fantoccio a passeggio per le strade incassate fra le rosse mura dei palazzi comunali e papali, a capo basso, fino alla grande piazza dove l'aspetterà il fedele autobus. Con un senso di sollievo ritroverà il suo posto, magari contro-marcia come un manzo sul carretto del beccaio, e tornerà, fra uno scossone e l'altro, nelle ore della notte, alla sua casa». Non solo: già nel 1936, in un articolo apparso su L'Avvenire del Verbano, si scagliava contro lo scempio del parco secolare di villa Crivelli Serbelloni a Luino, un posto che conosceva bene.
Piero Chiara, uomo di lago e di frontiera, e scrittore di storie piccole e di grande prosa, conosceva bene Luino, e il lago Maggiore, e l'Italia minore: quella della provincia e dei borghi sperduti, quella delle città capitali dell'arte e dei monumenti perenni, quella delle alpi e prealpi, dei mari e delle isole. Un'Italia che, in tutti gli aspetti, paesaggistici e artistici, gli era «carissima».
E Carissima Italia che stai scomparendo (Aragno) s'intitola il libro che raccoglie un importate numero di articoli di Piero Chiara, molti inediti in volume, usciti su varie testate fra gli anni Trenta e Ottanta, e sopratutto in quelli fra la nascita di Italia nostra (1955) e il Fai (1975), tutti collegati da un resistente filo rosso: la tutela del nostro immenso e fragile patrimonio artistico, paesaggistico e culturale.
Curato da Francesca Boldrini, che non è solo la maggiore studiosa di Chiara ma anche, col marito Carlo Cattaneo, la titolare della più vasta collezione privata di carte e libri dello scrittore, e con una sontuosa introduzione di Michele Brambilla, il più «chiaresco» dei nostri giornalisti, Carissima Italia che stai scomparendo ci svela quanto il grande luinese fosse già «ambientalista» quando l'ambientalismo non era ancora una moda ma un'urgenza - come lo era l'impolitico Giuseppe Prezzolini che criticava il progresso incontrollato o l'Indro Montanelli che condusse dure battaglie contro il saccheggio edilizio e l'inquinamento, o il Guido Ceronetti che si battè per la tutela dell'ambiente e degli animali denunciando la devastazione industriale italiana già negli anni '70 e '80, o il Guido Piovene che nel suo monumentale Viaggio in Italia (1957) offrì uno sguardo critico sulle trasformazioni del paesaggio italiano nel dopoguerra - e quanto fu capace di vedere con anticipo i segnali dello sfacelo cui avremmo assistito anni e anni dopo, denunciato ma non sempre arginato da schiere di amministratori e sovrintendenti. La letteratura arriva sempre prima della politica.
Con la precisione del cronista curioso e la visionarietà dello scrittore elegante, Piero Chiara - rivelando di possedere incredibili conoscenze artistiche, architettoniche, agricole, archeologiche... - una volta denuncia la paventata costruzione di una strada per collegare il monte di Portofino con Rapallo e Santa Margherita («Che uso viene fatto, oggi, di Portofino? Migliaia di automobilisti ci vengono mattina e pomeriggio, impiegando un paio d'ore per percorrere gli ultimi due chilometri, e avanzando solo pochi minuti per passare in rassegna le bancarelle con le cornici incrostate di conchiglie, spedire una cartolina e mangiare un paciugo. È per questa turba di mangiatori e di guidatori della domenica, di esercenti e di rivenditori, che bisognerà salvare Portofino?»), un'altra volta smonta il progetto del ponte Laveno-Intra (un bellissimo e ventoso intervento uscito nel luglio '61 sulla Prealpina), e altre ancora bacchetta sgangherati amministratori comunali rei di violentare piccole chiese di campagna, s'interroga su come fermare lo spopolamento dei vecchi borghi (ma, a scorno dei fanatici delle Ztl odierne, si domanda anche se ha senso disertificare i centri storici delle grandi città vietandoli alle macchine...), valuta la proposta di un ticket d'ingresso a Venezia (nel 1983!) oppure - ancora - scrive di artisti dimenticati o «minori» (il suo amato Bernardino Luini), di mostre che valorizzano tesori nascosti, riflette sull'opportunità di certi restauri che invece che restaurare sfregiano, denuncia furti d'arte e situazioni di degrado (cui versa negli anni '70 la chiesetta della Madonna del Soccorso a Ischia!), ci insegna cosa significa viaggiare - cioè godere disinteressatamente del Bello e non soddisfare un bisogno indotto - e soprattutto ci spiega che un conto è la natura, un'altra il paesaggio, che è solo la natura modellata dall'uomo. Ah, importante: lo ricorda bene proprio Michele Brambilla. Chiara non crede affatto al mito della natura benigna e incontaminata e alla favola dell'uomo cattivo e distruttore. Chiara sa che è grazie all'uomo se la natura è diventata non solo «vivibile» ma persino bella (poi, certo, dipende come la si modifica). E infatti - confessa lo scrittore in una pagina rimasta a lungo inedita - occorre salvare la natura, certo: i fiumi, le foreste e i laghi in pericolo.
«Ma soprattutto è in pericolo l'uomo, la sua cultura, la sua civiltà, che ha per punto di partenza il senso della sua individualità, il carattere sacro e religioso della sua personalità». Ecco perché la prima delle battaglie ecologiche deve riguardare «l'animale uomo».Era il 1972. E non lo abbiamo ancora capito.