Ci sono elementi, nel caso di Garlasco, che stanno emergendo man mano e che si aggiungono alla ricostruzione dell’omicidio di Chiara Poggi come pezzi di un puzzle in via di composizione. Sono il frutto del lavoro della procura di Pavia, che da un anno e mezzo ha ufficialmente riaperto il caso, iscrivendo il nome di Andrea Sempio nel registro degli indagati. Non è la prima volta che l’amico di Marco Poggi, fratello della vittima, subisce le attenzioni degli investigatori ma questa volta sembra esserci la ferma intenzione di arrivare fino in fondo, senza trascurare nulla, da nessuna parte, per restituire al caso una verità giuridica netta, qualunque questa sia. Questo lavoro mastodontico ha interessato anche l’ascolto degli amici dell’allora gruppo di cui facevano parte, nel 2007, Andrea Sempio e Marco Poggi.
Il nodo principale che gli inquirenti volevano sciogliere con queste audizioni era la frequentazione dell’abitazione in cui si è consumato il delitto, per mettere in fila le testimonianze e creare un quadro ampio e definito. E, in tal senso, le risposte degli allora ragazzi della compagnia di Garlasco sono state concordi tra loro ma discordanti dalle risposte di Sempio. Mattia Capra ha riferito che, quando andava a casa Poggi, restava nel “salottino” per giocare con i videogiochi, spiegando che “sono talmente poche le volte che siamo andati al piano di sopra”. Una versione simile a quella fornita da Roberto Freddi, il quale ha dichiarato agli investigatori che “al piano sopra era difficile che si andasse”, e a quella fornita da Alessandro Biasibetti: “Sarò stato in camera di Marco una o due volte in vita mia”. In camera della sorella dell’amico, invece, “non ci sono mai entrato”. Sempio, invece, pare fosse un frequentatore abituale di quella camera per usare il computer insieme a Marco Poggi. L’altro elemento che emerge dalle dichiarazioni degli amici, che convergono sull’utilizzo del “salottino” per i videogiochi, è che non fanno mai menzione alla cantina.
È un punto di forte interesse a livello investigativo, perché è proprio sulle scale che portano in quel locale che Chiara Poggi è stata trovata senza vita da Alberto Stasi e che si trova l’impronta 33, che la procura attribuisce a Sempio. La difesa, invece, sostiene che si tratti di un’impronta antecedente all’azione omicidiaria, non collocabile nel tempo proprio perché Sempio, frequentando quella casa, è stato anche in cantina. La discesa in quell’ambiente da parte di Sempio avveniva per prendere soprattutto i giochi da tavolo che lì venivano conservati. Una versione che, però, non convince gli investigatori, che su quella traccia, considerata centrale nell’indagine, hanno svolto indagini molto approfondite, quasi blindando la consulenza. La procura ha chiesto il parere di 8 dei massimi esperti dattiloscopisti d’Italia, tutti appartenenti all’Arma dei Carabinieri, molti ai Ris, i quali sono arrivati a conclusioni convergenti sul fatto che l’impronta 33 fosse umida di materiale organico, motivo per il quale avrebbe agito con una simile forza.
“Vi sono elementi a supporto dell’ipotesi che i contatti all’origine dell’impronta abbiano depositato materiale liquido, che ha successivamente reagito con ninidrina”, si legge nelle consulenze. L’impronta 33 potrebbe essere oggetto di incidente probatorio nel caso in cui si andasse a giudizio: potrebbe essere il gup a chiedere questo passaggio per blindare il risultato e trasformarlo in prova per il processo.