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Oriana Fallaci. La ragazzina ribelle con le bombe nascoste nell'insalata

Riccardo Nencini racconta la giornalista dall'infanzia alla Trilogia post 11 settembre

Oriana Fallaci. La ragazzina ribelle con le bombe nascoste nell'insalata

La ragazzina, Emilia, pedala verso Firenze. Tiene un cesto di insalata sul portapacchi e se i tedeschi la fermano deve sperare che non guardino troppo bene. In mezzo alla verdura sono nascoste piccole bombe, stanno nel palmo di una mano. Emilia è un nome di battaglia. Quello vero è Oriana Fallaci. Ha quattordici, forse quindici anni. Mai stanca di vivere (Mondadori, pagg. 180, euro 19) è la biografia narrativa che Riccardo Nencini, presidente del Gabinetto Vieusseux di Firenze dedica a Oriana Fallaci, e già il sottotitolo ("Passioni e tumulti di Oriana Fallaci") dice qualcosa sull'intenzione: non un atto d'accusa né una canonizzazione, ma una ricostruzione per quadri che segue il filo dell'ossessione della Fallaci per la perfezione e la (sua) verità.

Nencini conosce bene l'argomento: ha avuto un rapporto d'amicizia con la Signora, e lo dichiara fin dal prologo, dove ritrae l'ultimo incontro fiorentino con Oriana morente, il tavolo coperto di dattiloscritti e mozziconi di Virginia Circles, i capelli bruciati dalla chemio, le mani laccate di rosso. "Sono alla fine, Riccardo. Ma morirò in piedi, come Emily Brontë".

Il libro parte da lì, da quella domenica mugellana del 2006, e poi torna indietro a cercare le origini. Le trova nell'Oltrarno, nel rione di San Frediano, in via del Piaggione. Nencini trasforma la topografia fiorentina in destino: chi nasce Oltrarno, dalla parte sbagliata del fiume rispetto ai palazzi nobiliari, cresce con una certa idea del mondo. Proletaria, artigiana, controcorrente. Il quartiere che nel 1921 resistette alle squadracce fasciste con lavandini lanciati dai tetti, il rione che aprì la sezione del Partito fascista solo nel 1925 e solo sotto coercizione, è la matrice genetica di Oriana ancor prima della famiglia. Suo padre Edoardo, antifascista torturato dalla Banda Carità, portato alle Murate "grumo di carne sanguinolenta rannicchiato sulla panca", è il modello e la bussola morale: lo resterà fino alla morte della Fallaci.

La ricostruzione dell'infanzia e della prima adolescenza è uno dei punti di forza del libro. Nencini mostra Oriana che dorme in una cameretta tappezzata di romanzi comprati a rate, che scopre Jack London e Il richiamo della foresta a quattro lire e cinquanta e da quel momento non è più soltanto una bambina. "Buck aveva insegnato che la vita è una guerra ripetuta ogni giorno, spietata, crudele". Mostra la madre Tosca che va a servizio dal cognato Bruno, letterato sposato con la scrittrice Gianna Manzini, e la piccola Oriana che osserva la zia distesa sul divano mentre la madre fa le faccende: il sipario sulle ingiustizie del mondo si alza in un salotto borghese. Mostra infine la ragazzina partigiana, staffetta della cellula del Partito d'Azione, iscritta appena quindicenne con nome di battaglia Emilia, che alla voce "attività preferita" risponde: "Agitatrice tra gli studenti".

È qui che il libro raggiunge la sua temperatura più alta. Nencini ricostruisce con precisione documentaria cartella personale all'Istituto Storico della Resistenza in Toscana inclusa la rete clandestina in cui Oriana opera: i prigionieri alleati evasi dai campi di concentramento che transitano da un salone di parrucchiere in via Tornabuoni, i documenti falsi, gli archivi nascosti in giardino e poi inghiottiti perché i tedeschi non li trovassero. E poi le salite a Monte Giovi con il cesto dell'insalata farcito di esplosivo. Il rischio non è metafora. È fisico, quotidiano, bagnato di sudore e di paura che Edoardo Fallaci insegna a non mostrare: "Una ragazzina non deve piangere". La prima cosa che Oriana impara della guerra è che bisogna andarci.

Il libro si costruisce anche come dialogo postumo. Nencini intercala le ricostruzioni storiche con frammenti di conversazioni dirette: le confidenze ricevute nell'ultima estate di Oriana a Firenze, le telefonate notturne, le battute sui lucchesi ("guarda le spalle, ti sorridono e ti vendono"), i giudizi sulla nobiltà fiorentina che dal fascismo è passata alla bandiera arcobaleno senza soluzione di continuità. Questo doppio piano il narratore che racconta e il testimone che ricorda è il rischio formale del libro, e Nencini lo gestisce con consapevolezza.

La parte più scomoda del libro riguarda la Fallaci degli ultimi anni, quella della Trilogia, quella che il 29 settembre 2001 pubblica La rabbia e l'orgoglio sul Corriere della Sera. Nencini non si sottrae al nodo. Ricostruisce la genesi dell'articolo con precisione: la telefonata al direttore De Bortoli dopo l'attacco alle Torri, i sedici giri di bozza, il titolo trovato all'ultimo. E poi le reazioni: il plebiscito popolare da una parte, dall'altra il linciaggio degli intellettuali, l'accusa di razzismo.

Il passaggio chiave del libro è proprio quello in cui Nencini smette di essere testimone affettuoso e diventa lettore critico. Giudica quel "sermone" potente ma non esente da abbagli: l'immiserimento del contributo arabo alla civiltà, la riduzione a unità delle mille sfaccettature dell'islam. Poi, però, accosta il ragionamento di Oriana a una ventina di testi di filosofi, storici e politologi iek, Severino, Schiavone, Cardini, Fukuyama, Bernard Lewis e constata che il cuore dell'analisi è lo stesso: Europa in crisi d'identità, Occidente inconsapevole delle proprie radici, islam fondamentalista che ha trasformato la religione in ideologia con pulsioni messianiche. Oriana aveva torto nei modi, aveva ragione nella sostanza o almeno così sostengono, con lessico più sorvegliato, le stesse menti che all'epoca la condannarono.

È il punto in cui il libro diventa più utile al lettore di oggi. Perché il contesto in cui esce - a vent'anni dalla morte di Oriana, il 15 settembre 2006 - non è neutro.

Il rapporto tra l'Occidente e l'islam politico, tra libertà di espressione e accuse di islamofobia, tra identità e integrazione, non si è affatto dissolto: si è complicato, stratificato, e in alcuni casi si è inasprito.

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