"Ma perchè mi vuole mettere nei guai?". A parlare è uno dei seicento magistrati che lavorano nel Palazzo di giustizia di Milano. Uno qualunque, che fa il suo mestiere senza andare in caccia di gloria. A differenza di tanti suoi colleghi, il 22 marzo al referendum sulla riforma della Giustizia voterà Sì. Ma quando il Giornale gli chiede di fare outing, di spiegare perché nè la separazione delle carriere nè il sorteggio del Consiglio superiore della magistratura gli sembrano degli obbrobri risponde: no grazie. Perchè nel segreto dell'urna l'Anm non ti vede. Ma prendere posizione pubblica per il Sì vuol dire marchiarsi da solo con un marchio d'infamia.
Non dappertutto è così. Qua e là per l'Italia, una sessantina di magistrati hanno messo la loro firma sugli appelli a favore del Sì. Un dettaglio salta all'occhio: nessuna firma viene da Milano. Uno dei palazzi di giustizia più importanti d'Italia non ha nelle sue aule una sola toga pronta a dissociarsi dalla linea ufficiale dell'Associazione nazionale magistrati.
Così a Milano a fare sentire in queste settimane la loro voce sono solo i magistrati antiriforma, quelli che la considerano un attentato alla Costituzione. E che l'11 dicembre erano in aula magna ad applaudire Mitja Gialuz, portavoce del No, che spiegava come in fondo tutto nasca proprio qua dentro, nel palazzo di Mani Pulite,e che la riforma è la vendetta postuma dei corrotti: "ora il sistema politico vuole punire la magistratura per avere osato scrivere quella pagina di storia".
Eppure anche nel tempio dell'assalto a Tangentopoli ci sono giudici e pm che tra due settimane voteranno sì. Ma lo dicono a bassa voce. Perchè l'onda lunga dello scandalo Palamara qua non è arrivata. Le correnti sono ancora potenti. E forse più ancora delle correnti è potente il conformismo di fondo, il patriottismo di casta che si vede anche dalle piccole cose: l'altro ieri nel processo al ministro Daniela Santanchè uno dei pm si presenta in aula con sulla toga la coccarda tricolore, il simbolo della campagna per il No, senza che nessuno si senta di fargli presente che non è il caso.
Il clima è questo, e arriva al punto che anche magistrati ormai in pensione, che non hanno più niente di perdere, ammettono di votare Sì solo dietro garanzia di anonimato. Gli unici a rompere il muro sono stati due ex magistrati che a Milano sono sempre stati indigesti al salotto buono delle correnti, Guido Salvini e Cuno Tarfusser. Salvini, che voterà scheda bianca, riconosce che "col sorteggio dei membri del Csm, previsto dalla riforma, viene meno l'abnormità che finora faceva della componente togata del Csm, organismo costituzionale, una semplice emanazione della Anm".
Tarfusser per un po' ha tentennato, la riforma non gli piace ma dice che è stata varata "per colpa di questa magistratura arrogante, autoreferenziale, debordante, gestita in maniera sovietica dalle correnti". Come voterà? Mercoledì a un corso di formazione per avvocati ha spiegato: la riforma è brutta ma l'immobilismo è peggio. Ma si tratta di gente da sempre fuori dal coro, guardata strano dai colleghi anche quando portava la toga.
Gli altri dissidenti tacciono: un po' per umana cautela ("per prudenza evitano di esporsi", dice Salvini), e un po' per una residua ortodossia di fondo.
D'altronde siamo nel palazzo di Mani Pulite, e Gherardo Colombo in questi giorni raccoglie applausi spiegando in giro che "con questa riforma Mani Pulite non sarebbe stata possibile" (Antonio Di Pietro dice il contrario, ma da queste parti in realtà anche lui non era molto amato)