Negli anni in cui seguivo le inchieste tv di Gad Lerner, alle quali ho partecipato più di una volta anch'io, ricordo un giornalista capace di indagare con serietà i nodi economici e sociali del Paese. Un cronista che faceva domande scomode, ma con il rigore di chi conosce il peso delle parole. Proprio per questo leggere oggi certe sue affermazioni lascia sconcertati. Attribuire a Giusi Bartolozzi l'intenzione di lanciare messaggi "ben calibrati" per mobilitare ambienti siciliani ostili alla magistratura (leggi mafiosi) non è una semplice critica politica: è un'accusa gravissima, formulata però sotto forma di allusione. E le allusioni, quando riguardano temi così delicati, sono spesso più insidiose delle accuse esplicite. Un giornalista sa bene che insinuare collegamenti tra un esponente delle istituzioni e contesti che evocano criminalità o ostilità alla giustizia significa muoversi su un terreno scivoloso. Non basta dire "mi viene il sospetto" per trasformare un sospetto in fatto. Il sospetto, se non è sostenuto da prove, resta una suggestione personale. Il problema non è criticare. La critica politica è legittima, necessaria, persino salutare in una democrazia. Il problema è quando il confine tra critica e insinuazione si assottiglia fino quasi a scomparire. Chi ha fatto per decenni il mestiere del giornalista dovrebbe essere il primo a ricordare che la credibilità pubblica si fonda su una regola semplice: distinguere nettamente tra fatti, opinioni e supposizioni. Quando questa distinzione si perde, il dibattito pubblico si degrada e diventa soltanto un'arena di sospetti, dove rischiano di vincere i criminali dell'informazione.
Dispiace dirlo proprio perché da Lerner molti si aspetterebbero qualcosa di diverso: analisi, rigore, contesto. Non suggestioni infami, lanciate sui social come sassi nello stagno. Le parole, soprattutto quando arrivano da chi ha una lunga storia professionale alle spalle, pesano. Possono chiarire oppure confondere. Possono alzare il livello della discussione oppure abbassarlo.
Per questo, più che indignazione, ciò che resta è una domanda: possibile che il dibattito pubblico debba ridursi a questo? A insinuazioni senza prove, a sospetti lanciati nello spazio digitale nella speranza che facciano rumore? Da chi ha fatto informazione per una vita ci si aspetterebbe, ancora oggi, qualcosa di più. Molto di più.