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Le ragioni del SÌ spiegate dai leader del NO

Pd e magistrati volevano carriere separate, sorteggio al Csm e Alta Corte contro le correnti e oggi lo rinnegano

Le ragioni del SÌ spiegate dai leader del NO
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Dicono No ma pensano Sì. I migliori testimonial della riforma che prevede separazione delle carriere, due Csm per pm e giudici e Alta Corte disciplinare sono quelli che fino a ieri si battevano il petto in tv a dire che era la cosa giusta da fare di fronte a un autogoverno della magistratura che agisce in autotutela e protegge il Sistema denunciato da Luca Palamara.

La degenerazione correntizia e dei gip spalmati sui pm risale già a Mani Pulite e al carteggio tra Antonio Di Pietro (oggi per il "Sì") e Italo Ghitti, gip "preferito" dalla procura. In due biglietti del caso Eni-Montedison datati gennaio 1994 c'era scritto: "Appunto per Italo: Riservatamente e a titolo personale ti anticipo perché M. dovrebbe andare dentro al più presto". Firmato Di Pietro. Risposta di Ghitti: "Trova un altro capo di imputazione perché il falso in bilancio è già stato contestato". Poi Ghitti è finito al Csm.

Nel 2009 è uscito il libro Il caso Genchi di Edoardo Montolli sulla storia dell'ex supersbirro Gioacchino Genchi, esperto in intercettazioni, e della magistratura che ha fatto guerra allo storico collaboratore di Giovanni Falcone, tra cui illustri testimonial del "No" come Nello Rossi e Giuseppe Cascini. "Suggerisco a Montolli e a Genchi di fare omaggio de Il caso Genchi a tutti i consiglieri di Palazzo dei Marescialli. Ammesso e non concesso che le notizie riportate nel libro giungano nuove a qualcuno di loro. E che il Csm non voglia continuare a essere, all'infinito, l'acronimo di Ciechi Sordi Muti". Così scriveva nel 2009 Marco Travaglio nella sua introduzione al libro. Nel 2021 sentenzia: "Finché la magistratura non è uscita da questo colossale sputtanamento serve un elemento di casualità, se un magistrato Pinco Pallino ha il potere di arrestarmi, potrà avere il potere di giudicare i suoi colleghi? Per quale motivo non li possiamo sorteggiare?". Dello stesso avviso Peter Gomez, "membri prima sorteggiati poi eletti al Csm".

Ma nonostante l'appello del capo dello Stato Sergio Mattarella all'indomani dello scandalo del Csm dimezzato causa Palamara, la credibilità dei suoi amici magistrati è a picco. I cascami del caso Palamara avevano fatto infuriare il Quirinale, che il 21 giugno 2019 diceva: "Il coacervo di manovre nascoste, di tentativi di screditare altri magistrati, di millantata influenza, di pretesa di orientare inchieste e condizionare gli eventi, di convinzione di poter manovrare i Csm, di indebita partecipazione di esponenti di un diverso potere dello stato, si manifesta in totale contrapposizione con i doveri basilari dell'ordine giudiziario". A chiedere di sciogliere quel Csm era stato Nicola Gratteri, che da anni chiedeva una cosa sola: "L'ho detto anche in sedi istituzionali nel 2014, la mamma di tutte le riforme, l'unica via d'uscita è il sorteggio puro per dare meno potere alle correnti, a costo di cambiare la Costituzione".

La separazione delle carriere è nel Dna della sinistra, lo sosteneva anche Massimo D'Alema nel 1996: "Nell'ambito dell'autonomia e quindi dell'autogoverno della magistratura si può pensare che ci sia una articolazione sulla base delle diverse funzioni che i magistrati svolgono", era la formula ai tempi della Bicamerale che almeno partorì la riforma dell'articolo 111 sul "giusto processo" ispirata da Giuliano Vassalli ma purtroppo largamente disattesa.

Bizantinismi a parte, lo stesso tema venne ripreso nel programma dell'Ulivo del 2001 e del 2006 e rilanciato da un oggi freddino Matteo Renzi nel 2015: "Penso che sia irrinunciabile, non più rinviabile, anzi necessaria", disse l'allora premier. "Il tema della separazione delle carriere appare ineludibile per garantire un giudice terzo e imparziale" si legge nella mozione di Maurizio Martina del 2019 candidato alla segreteria Pd. Mozione firmata dall'attuale responsabile Giustizia Debora Serracchiani. Ma anche nei grillini l'idea del sorteggio era ben presente. Quello che sostiene oggi Danilo Toninelli lo diceva anche qualcun altro: "Una prima fase di sorteggio toglierà la magistratura dalle grinfie delle derive del correntismo, dalle logiche spartitorie", era l'idea dell'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede. Alle "logiche spartitorie" M5s non era certo estraneo, se ne accorse il pm Antonino Di Matteo, trombato al Dap da Bonafede prima di andare al Csm per dinamiche correntizie: "Lo dissi, lo ridirei e lo affermo anche oggi: privilegiare il criterio dell'appartenenza a una corrente o a una cordata è simile al metodo mafioso".

E l'Alta Corte disciplinare? Nel disegno di legge costituzionale 2436 alcuni senatori Pd tra cui Anna Rossomando, Luigi Zanda e Monica Cirinnà (oggi schierati sul "No") il 28 ottobre 2021

proposero l'Alta Corte come organo "di rilievo costituzionale" per "controversie e provvedimenti disciplinari del Csm". Chissà che nel segreto dell'urna non ci ripensino e votino secondo coscienza. Vassalli ti vede, Elly Schlein no.

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