Le battaglie attirano le cause, è fatale. E non importa nemmeno quale sia la battaglia, la causa ci si accomoda e poi ci sguazza dentro come una carpa in un laghetto giapponese. Perché la malizia danza sulle labbra, sugli slogan e sui manifesti e allora tutto finisce col servire a tutti. È così che il referendum sulla giustizia si è trasformato in una lotta di genere. Una vicenda politica e giuridica adattata al gusto di palati qualunquisti: la crociata delle diversamente femministe. Come se davvero avesse senso esprimere un voto, questo voto, per "sesso" di appartenenza, come se tutto il mondo fosse riconducibile a uno sfinente, costante derby Inter-Milan. Mentre ogni tanto varrebbe la pena sollevarsi dalla posizione manichea e quindi cretina, della contrapposizione eterna e riconoscere dignità a qualcosa che va oltre. Bisognerebbe rinunciare alla tentazione di toreare con genere e diritti e sgonfiarsi delle solite certezze. Invece dietro agli schieramenti si affaccia la stessa dicotomia che trancia tutto in abusate metà: donne-uomini, correttamente di sinistra-naturalmente alto borghesi.
La visione del fronte del No (femministe e movimenti per i diritti) animato da molte voci del centrosinistra sostiene che la riforma indebolisca la magistratura indipendente che ritiene l'ultimo baluardo a tutela dei diritti delle donne (come ad esempio le norme sulla violenza di genere) e delle famiglie arcobaleno. Per loro la riforma ridurrebbe il "senso del limite" al potere e, di fatto, favorirebbe un approccio gerarchico contrario ai diritti delle donne. Tra le sostenitrici del No, giusto per fare alcuni esempi, la regista Francesca Comencini (in dissenso rispetto alla sorella Cristina), la cantante Fiorella Mannoia (che ieri, sabato, a urne chiuse, sul suo profilo Instagram chiedeva ai follower se stessero andando a votare...), la regista Francesca Archibugi, l'attrice Anna Foglietta e l'attrice Marisa Laurito che avendo arrotato la sua erre in un'invettiva contro la premier Giorgia Meloni ha sbaragliato la concorrenza delle colleghe del fronte del no trasformandosi nella speranza degli onesti. Mentre la visione delle sostenitrici del Sì (maggioranza di centrodestra e sostenitori), al contrario, inquadra il voto come una battaglia contro una "deriva ideologica" della magistratura.
Il comitato "Donne per il Sì" sostiene che la parità di genere si raggiunga modernizzando la macchina giudiziaria attraverso la separazione delle carriere, vista come garanzia di una giustizia più imparziale. Tra le esponenti di questa posizione, la regista Cristina Comencini, l'ex deputata Paola Concia, la magistrata Annalisa Imparato, la scrittrice Lucetta Scaraffia, la Presidente Consulta nazionale Forza Italia ed Europarlamentare Ppe Letizia Moratti. Tutte diversissime, tutte capacissime eppure tutte accomunate dalla stessa tentazione di portare la causa nella battaglia sbagliata.
Un po' come mettersi all'angolo senza che qualcuno ti obblighi a confinartici. È come affidare ad altri il compito di farsi definire. Non il massimo per chi si professa ancora in cerca di spazi e identità. Il voto per il referendum di oggi e domani vive di senso proprio e merita di non essere imbolsito da altre ragioni. Come d'altra parte la questione femminile che non è un tema di risulta incapace di adeguare le sue ambizioni ad altre sfide. Ignoriamo genuinamente come litigare da uno schieramento all'altro, scontrarsi a distanza, incipriare le piazze di ideologie opposte possa essere utile alle donne. E tanto meno alla riforma della Giustizia.
Dopo il voto si passerà allo scontro sull'esito. Di sgonfiare le polemiche di norma si incarica il tempo e di solito non ce ne vuole molto, mentre la tentazione di sbagliare guerra purtroppo persiste ed è una cosa che stinge sui giorni decisamente più a lungo.