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Quelle rivelazioni choc di Di Pietro. "Borsellino morto per mafia-appalti"

Nelle carte della Procura di Caltanissetta l'ex pm svela le intenzioni del pool siciliano. "Paolo mi disse dobbiamo fare presto e andare di corsa. Troviamo il sistema"

Quelle rivelazioni choc di Di Pietro. "Borsellino morto per mafia-appalti"
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Quanto è stato determinante il filone "Mafia-appalti" (elaborato dal Ros e arrivato alla Procura di Palermo nel 1991) per la morte del giudice Paolo Borsellino, fatto saltare in aria con un attentato ordito da Cosa Nostra quel 19 luglio del 1992 in Via d'Amelio? Un tema, quello del legame tra la criminalità organizzata e le imprese, che stava a cuore a Giovanni Falcone, e che Borsellino riprese proprio in quei 57 giorni dopo la morte del suo collega e amico fraterno, ucciso dai mafiosi nella strage di Capaci.

Ma quel filone investigativo fu sottovalutato consciamente? Non va dimenticato che Borsellino, che in quel lasso temporale andò con una frequenza anomala a Roma, e che incontrò gli ufficiali del Ros Mori e De Donno, esaminò personalmente quel fascicolo. Borsellino sapeva di essere un bersaglio, ma ciò nonostante si dedicò a quei collegamenti tra imprese e Cosa Nostra. È l'interrogativo che si pone la commissione Antimafia, ma anche la Procura di Caltanissetta.

Tra le testimonianze emerse dal lavoro di quest'ultima, c'è una fortissima rivelazione dell'uomo che fu a capo del pool di "Mani pulite", indagine iniziata il 17 febbraio 1992 (quindi dopo l'avvio del filone siciliano), quella dell'ex magistrato Antonio D Pietro. "Ritengo che la causa scatenante della morte di Borsellino fosse mafia appalti": sono queste le sue parole, in netta controtendenza con il pensiero di alcuni colleghi dell'allora pool antimafia di Palermo, secondo cui quella fosse solo una delle diverse piste che il giudice seguiva. Ma gli uomini più vicini a Borsellino confidano che per il giudice fosse tutto fuorché un tema marginale o di second'ordine. E a fornire ulteriori elementi è sempre Di Pietro il 31 maggio del 2024: "Falcone aveva capito che c'era un sistema corruttivo profondo tra imprese e politica e le imprese del Nord che operavano in quel momento, operavano ovviamente in tutta Italia inclusa la Sicilia. Nei nostri verbali, fino all'autunno del 1992, nessun imprenditore ritenne di parlare delle cose che accadevano in Sicilia. Con Borsellino la prima volta parlai al ministero, ci conoscemmo in quell'occasione. Borsellino era interessato a sapere lo stato dello svolgimento delle mie indagini per sapere cosa avevo acquisito come informazioni. La svolta avvenne il giorno del funerale di Falcone quando mi disse: dobbiamo fare presto, dobbiamo andare di corsa, dobbiamo trovare il sistema. L'argomento fu preso da Borsellino, eravamo in piedi e lui si avvicinò a me e mi disse: dobbiamo vederci, dobbiamo fare presto e dobbiamo fare di corsa. Fece espresso riferimento alle inchieste che io stavo seguendo a Milano, era la premessa di un coordinamento investigativo e là ci prefiggemmo di insistere. Il riferimento che lui fece fu solo questo, era chiaro che intendeva amalgamare le indagini che io stavo facendo con quelle di suo interesse. Lo stato d'animo dei Borsellino era rabbioso. Dopo la morte di Borsellino non cercai altri contatti a Palermo". Perché aveva tanta fretta? E in che modo fu dirimente l'ultimo interrogatorio del pentito Gaspare Mutolo? All'ultimo dei tre incontri Borsellino volle andare da solo, e Mutolo gli avrebbe poi parlato nel dettaglio anche dei profondi legami tra mafia e imprenditori di cui, come lui stesso sostiene, diversi magistrati erano a conoscenza. Ma tre giorni dopo l'incontro con Mutolo Borsellino morì.

Fu in qualche modo un acceleratore? Chi poteva aver paura delle confessioni del primo pentito presente sul suolo italiano in quel momento? A questo punto è fondamentale riportare alla memoria anche le dichiarazioni di Di Pietro del 6 novembre del 2001, quando ricordava come Borsellino fosse "convinto che vi fosse un sistema unitario, a livello nazionale, di spartizione degli appalti e che questo fosse la chiave interpretativa del sistema delle tangenti". Una convinzione che riecheggiava gli approfondimenti investigativi sul riciclaggio di Falcone al tempo del fallito attentato all'Addaura.

GiuSor

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