Un Sì come un macigno agita le acque del No. Un Sì pesantissimo, che non arriva solo dal fronte dell'opposizione, arriva da uno dei protagonisti massimi di una stagione felice del centrosinistra. È il Sì di Arturo Parisi (foto) che con Romano Prodi ha condiviso tutti i passaggi fondativi della stagione dell'Ulivo, tanto da rivestire incarichi chiave: prima sottosegretario alla presidenza del Consiglio, poi ministro della Difesa.
Un Sì pesante, e coerente. Certo non si fa arruolare dal centrodestra, Parisi. Anzi, espone tutti i dubbi del caso. Eppure non lascia spazio all'ambiguità, il suo intervento: "Andrò a votare per difendere la democrazia. Voterò Sì, per fare avanzare una giustizia garantista" ha scritto nella sua dichiarazione di voto, già nell'aria (Parisi aveva condiviso la pagina del Giornale con la notizia di Giuliano Pisapia) e pubblicata ieri sul sito di "Libertà Eguale", l'organizzazione che raccoglie il meglio della scuola "migliorista" e riformista della sinistra, una tradizione tanto importante quanto negletta dall'attuale Pd, quello populista di Elly Schlein, impegnato a rilanciare mistificazioni e oltranzismi come i 5 Stelle.
Altra tempra, quella di Parisi: la sua storia politica riflette la biografia di una coalizione che fu baciata dalla fortuna elettorale. Una storia che viene da lontano, addirittura dall'Azione cattolica di Vittorio Bachelet, il cui figlio è schierato in un comitato contrario alla riforma. Professore universitario di Sociologia, negli anni Ottanta Parisi è diventato anche direttore dell'Istituto Cattaneo , nonché vicepresidente del "Mulino" e direttore della rivista-santuario del progressismo bolognese. Con la meteora Mario Segni ha promosso il Movimento per le riforme, poi ecco l'incontro con Prodi, la vittoria del '96, la nomina a sottosegretario alla presidenza del Consiglio, la nascita dei "Democratici", la candidatura nel collegio di Prodi dopo la sua ascesa all'Ue, quindi il ministero della Difesa nel Prodi II. Una corsa ininterrotta fino alla fondazione del Pd.
Parisi oggi resta fermamente nel campo in cui è sempre stato, ma non è sul governo che si vota. "Scendere in campo all'insegna del se non approfittiamo di questa occasione per cominciare a toglierci di mezzo Giorgia Meloni dandole la lezione che merita ha sicuramente un senso dal solo punto di vista di parte - ammette - ma come pochi è segno di miopia e irresponsabilità politica". Ecco il Sì, "guidato dalla domanda che sta al centro della riforma della separazione delle carriere dei magistrati: la necessità della terzietà del giudice tra chi accusa e chi difende". "Tutto il resto deriva di conseguenza".
Mostra più perplessità che entusiasmi Parisi. "Senza illusioni". La sua tentazione - riconosce - era l'astensione. " La mia determinazione ad onorare sempre e comunque la conquista del diritto di voto questa volta è stata messa a dura prova" spiega.
Poi il passo decisivo: "Vado a votare Sì dimenticando con troppa fatica le polemiche", "guardando al merito del quesito che sta scritto sulla scheda", ma anche "per dare testimonianza alla continuità del percorso aperto oramai più di 30 anni fa dal movimento per la trasformazione della nostra democrazia da consociativa a competitiva che accomuna ancora oggi gran parte delle persone scese in campo come Sinistra per il Sì".