FIniti i sondaggi (meno male) le certezze sono queste: 1) Si attende un sondaggio sulla fiducia degli italiani nei sondaggi; 2) I titoli sui sondaggi hanno fatto da endorsement ai quotidiani, che hanno giocato coi gradi di astensione e soffiato dove gli pareva; 3) Trump vota No, perché le guerre distraggono e fanno costare la benzina. Detto questo, ogni blabla sulle complicanze tecniche di sorteggi e dintorni (roba comunque da decreti attuativi) fa tralasciare il vero quesito del referendum, questo: ti piace questa magistratura? Perché tecnicamente non è un referendum sulla magistratura, ma politicamente sì: è un voto pro o contro il suo assetto, il suo strapotere, l'autoreferenzialità, la capacità di condizionarci senza pagare mai dazio. Non aveva torto quel direttore di quotidiano (uno a caso) che giovedì sera, a Porta a Porta, prospettava una massa di votanti per il Sì che se ne resta muta (figurarsi coi sondaggisti) per non sentirsi ogni volta accostare a "indagati", "imputati", "delinquenti", "grandi criminali" "mafiosi", "massoni" financo water e cessi: una campagna di scomunica. Alessandra Ghisleri, sempre a Porta a Porta, ha detto che gli indecisi (se andare a votare o no) sono almeno il 43 per cento, e che, se ci fosse il quorum, il Si vincerebbe con almeno il 70. Per ora è un'Italia che non parla, ma pensa. Il fronte del No, invece, mobilita contro Giorgia Meloni (contro di lei, non contro la Riforma) quel genere di scontenti che incolpa il governo anche per un callo ai piedi; non solo: fornisce anche materiale d'accatto per dire che la vittoria del Sì porterebbe alla classica deriva autoritaria o addirittura a uno stato autoritario, che invece è quello da cui deriva questa magistratura a carriere unificate.
Niente di nuovo. Ma non è un alibi: se poi gli italiani resteranno a casa per pigrizia, o per paura di esporsi o per menefreghismo del referendum, be', avranno scelto di lasciare le cose come stanno, non potranno lamentarsi.