Ci sarebbe un nuovo colpo di scena nell’inchiesta sul delitto di Garlasco. Gennaro Cassese, ex capitano dei carabinieri che coordinò gran parte delle indagini dopo l’omicidio di Chiara Poggi nel 2007, sarebbe stato iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di “false informazioni ai pubblici ministeri”. Cassese, oggi 62enne e in pensione con il grado di colonnello, all’epoca guidava la compagnia dei carabinieri di Vigevano e seguì personalmente numerosi interrogatori, compresi quelli del 4 ottobre 2008 agli amici di Marco Poggi, fratello della vittima. Al centro della nuova contestazione ci sarebbero alcune anomalie nei verbali relativi all’interrogatorio di Andrea Sempio, oggi nuovamente al centro delle indagini della Procura di Pavia.
“Non ho ricevuto alcun avviso di garanzia”
Contattato dall’ANSA e intervenuto anche al Tg1, Cassese ha spiegato di non aver ricevuto alcuna notifica ufficiale. “Io indagato? Fino a questo momento non ho ricevuto alcun avviso di garanzia”, ha dichiarato. “Non posso escludere che il mio nome sia stato iscritto nel registro degli indagati, ma a me non è arrivato nulla. Trovo singolare che escano queste notizie. Non mi sono state notificate richieste di elezione di domicilio o la nomina di un avvocato di fiducia”. L’ex ufficiale dell’Arma ha precisato che la contestazione riguarderebbe esclusivamente alcuni particolari legati all’interrogatorio di Andrea Sempio, in particolare il malore accusato dal giovane durante l’escussione del 2008 e l’arrivo di un’ambulanza in caserma. “Non cambierei nulla di quell’interrogatorio”, ha detto al Tg1. “L’unica cosa che farei è inserire l’orario della sospensione, perché quello va messo a verbale”.
Il nodo dello scontrino-alibi
Secondo i magistrati di Pavia, i verbali di quel giorno presenterebbero diverse incongruenze. Durante l’interrogatorio del 4 ottobre 2008 Andrea Sempio consegnò il famoso scontrino del parcheggio di Vigevano, considerato per anni un elemento chiave del suo alibi. Oggi gli inquirenti sospettano però che quel ticket possa essere stato conservato non da Sempio ma dalla madre. Inoltre, durante le domande il ragazzo, che all’epoca aveva vent’anni, si sarebbe sentito male al punto da richiedere l’intervento del 118. Nei verbali ufficiali, però, non ci sarebbe traccia né della sospensione dell’interrogatorio né dell’arrivo dei soccorsi. “Dell’ambulanza sinceramente non ricordo nulla”, ha ammesso Cassese. “Non ricordo se Sempio si sentì male, se arrivò un’ambulanza o se ci fu una interruzione”.
Gli interrogatori “sovrapposti”
Uno degli aspetti su cui si concentra la Procura riguarda la gestione degli interrogatori svolti quel giorno negli uffici dei carabinieri. Secondo gli atti, Andrea Sempio venne sentito dalle 10.30 alle 14.40. Nello stesso arco temporale sarebbero stati verbalizzati anche altri interrogatori, tra cui quello di Biasibetti, svolto dalle 11.25 alle 12.10, e quello di Mattia Capra, tra le 13.25 e le 14.20. Tutti i verbali risultano redatti dagli stessi due militari: Cassese e il maresciallo Flavio Devecchi. Convocato una prima volta nell’aprile 2025 negli uffici di via Moscova a Milano, Cassese aveva spiegato ai pm che, se l’interrogatorio fosse stato interrotto per acquisire lo scontrino, ne sarebbe stata fatta annotazione nel verbale. Successivamente, riconvocato il 27 giugno in Procura a Pavia dall’aggiunto Stefano Civardi e dalla pm Giuliana Rizza, l’ex ufficiale ha ammesso che potrebbe esserci stata una sospensione non verbalizzata. “Posso solo supporre che mancasse l’annotazione della sospensione del verbale e che nel frattempo sia stata svolta altra attività istruttoria”, ha dichiarato.
“Non ricordo il malore di Sempio”
Nel corso dell’interrogatorio i magistrati hanno mostrato a Cassese anche la scheda del 118 relativa all’intervento per “lipotimia”, un improvviso mancamento, avvenuto alle 11.19 e durato circa sedici minuti. A quel punto i pm gli hanno chiesto se ricordasse l’episodio. “Non lo ricordo”, avrebbe risposto l’ex capitano. I magistrati gli hanno domandato anche se avesse problemi di memoria o patologie in grado di giustificare eventuali vuoti nei ricordi. Cassese ha risposto negativamente. Alla domanda se l’arrivo di un’ambulanza sarebbe stato verbalizzato, l’ex ufficiale ha risposto: “Sì”. È stato proprio in quel momento che il procuratore aggiunto Stefano Civardi ha interrotto il verbale leggendo a Cassese l’avviso relativo all’ipotesi di false informazioni ai pm, atto che ha preceduto l’iscrizione nel registro degli indagati.
“Le indagini non furono Stasi-centriche”
Cassese respinge anche le accuse di chi, negli ultimi mesi, ha sostenuto che le indagini iniziali fossero state concentrate esclusivamente su Alberto Stasi, poi condannato in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi. “Come si può sostenere una tesi del genere?”, ha dichiarato. “All’epoca sentimmo persone anche a Varese e in Puglia. Raccogliemmo sommarie informazioni da oltre 300 persone. Seguimmo tutte le piste”. L’ex comandante ammette che possano essere stati commessi errori investigativi, ma difende il lavoro svolto in quegli anni. “Forse si può dire che siano stati fatti degli errori, ma ci siamo sempre comportati con buon senso e onestà intellettuale. Gli accertamenti scientifici dell’epoca conducevano ad Alberto Stasi. Oggi il quadro investigativo può essere cambiato anche grazie alle nuove conoscenze scientifiche, ma questa è un’altra storia”.
I pm: “Evidenti omissioni” nelle vecchie indagini
Intanto, nella nuova inchiesta della Procura di Pavia, gli investigatori parlano apertamente di “evidenti omissioni” nelle precedenti indagini sul caso Garlasco. Nel verbale dell’interrogatorio di Andrea Sempio dello scorso 6 maggio, i pm fanno riferimento a una serie di elementi che, secondo l’accusa, non sarebbero stati approfonditi adeguatamente già nel 2017. Tra questi, proprio le anomalie legate allo scontrino-alibi e la gestione dei tabulati telefonici. Secondo gli inquirenti, quella “serie di elementi avrebbe quantomeno richiesto ulteriori approfondimenti investigativi”.
I sospetti sull’ex procuratore Venditti
Parallelamente continua anche l’inchiesta aperta a Brescia sulla presunta gestione irregolare delle vecchie indagini. Sotto la lente c’è l’ex procuratore aggiunto di Pavia Mario Venditti. L’indagine sarebbe nata dopo il ritrovamento, nell’agenda di Giuseppe Sempio, padre di Andrea, di un appunto con la frase: “Venditti gip archivia x 20, 30 euro”. Per gli investigatori si tratterebbe di “un dato di assoluto rilievo”, soprattutto per il riferimento a una presunta raccolta di denaro da parte dei familiari di Sempio in vista dell’archiviazione dell’indagine del 2017.
Le accuse al genetista De Stefano
Nel mirino della Procura è finito anche Francesco De Stefano, il genetista che firmò la perizia del 2014 sul Dna trovato sotto le unghie di Chiara Poggi. Nelle nuove informative investigative le sue dichiarazioni vengono definite “un misto di imprecisioni, inesattezze e falsità”. Secondo gli investigatori, De Stefano avrebbe sostenuto di non aver mai effettuato un confronto approfondito tra il Dna di Alberto Stasi e quello emerso dal lavaggio dei reperti.
La fuga di atti riservati
Gli inquirenti stanno inoltre cercando di chiarire come alcuni atti riservati dell’indagine siano finiti nella disponibilità della difesa di Andrea Sempio e successivamente del generale Luciano Garofano, consulente della difesa. Uno degli episodi considerati sospetti riguarda la presenza negli uffici della Procura di Pavia, il 23 dicembre 2016, del luogotenente Maurizio Pappalardo, carabiniere del nucleo investigativo provinciale. Secondo gli atti, in quei giorni Pappalardo non risultava ufficialmente in servizio, ma avrebbe comunque avuto accesso al fascicolo dell’indagine. Gli investigatori scrivono che “non si può escludere” che qualcuno abbia consentito in modo illecito ad Andrea Sempio di entrare in possesso di documenti riservati.
Le ammissioni di Cassese
Già la scorsa estate, quando iniziarono a circolare indiscrezioni sui verbali definiti “sospetti”, Cassese era intervenuto pubblicamente in televisione difendendo l’operato degli investigatori. In quell’occasione aveva anche ammesso alcuni possibili errori nella gestione degli atti: “Abbiamo fatto delle cappellate”.
Parole che oggi tornano sotto i riflettori mentre la Procura di Pavia continua a scavare nella nuova inchiesta sul delitto di Garlasco, un caso che a quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi continua a riservare sorprendenti sviluppi.