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Stasi, Bossetti e gli altri. "Entrano personaggi, li trasfomiamo in persone"

Parla il responsabile trattamento dell’istituto milanese in cui sono reclusi pure la Bazzi, Genovese e Cagnoni

Stasi, Bossetti e gli altri. "Entrano personaggi, li trasfomiamo in persone"

«Il rito del carcere di solito è sempre lo stesso. I condannati arrivano qui, gli diamo una camera, il capocella prepara il caffè, insegna a fare il lenzuolo col nodo, poi chiede: per cosa sei qui, facci vedere le carte. Ma per alcuni detenuti è diverso. Perché quando arrivano qui tutti sanno già perché sono stati condannati. Li hanno visti in televisione». (Roberto Bezzi, responsabile del trattamento nella Casa di reclusione di Milano Bollate).

L'elenco è lungo, ma merita di essere riportato per intero. Rosa Bazzi, rea confessa e poi sconfessa della strage di Erba. Fabio e Roberto Savi, i poliziotti della banda della Uno Bianca. Alberto Genovese, lo stupratore di Terrazza Sentimento. Salvatore Parolisi, condannato per l'uccisione della moglie Melania. Alex Boettcher, l'amante dell'acido. Massimo Bossetti, il colpevole della morte di Yara Gambirasio. Gianfranco Stevanin, serial killer. Giacomo Bozzoli, che per la legge buttò lo zio in un altoforno. Lee Finneghan, studente americano, che a Roma uccise il carabiniere Mario Cerciello. Matteo Cagnoni, il dermatologo dei vip, femminicida. E sopra a tutti, il più celebre: Alberto Stasi, condannato per il delitto di Garlasco.

Sono tutti nello stesso carcere, Bollate, alle porte di Milano. Un concentrato senza pari dell'approdo finale dei processi mediatici, le storie di sangue che nei tg, nei podcast, nei talk show, nelle serie tv saziano ogni giorno la voglia di tragedia degli italiani, spaccano dubbiosi, innocentisti, colpevolisti. Ma poi le sentenze arrivano e i condannati sbarcano qui, nel carcere modello con tanto di ristorante di buon livello aperto al pubblico pagante (In Galera, il nome non troppo fantasioso) dove tutti i detenuti preferirebbero stare. «Ma Bollate - dice Bezzi - devi meritartelo». Filippo Turetta, l'assassino di Giulia Cecchettin, chiede anche lui da tempo l'ammissione: invano.

Non fanno comunella, i detenuti ad alta visibilità. «Non mi ricordo di averne visti due chiacchierare insieme», racconta Bezzi. In teoria, vengono trattati come tutti. Ma la realtà è diversa. Sono diversi loro, trasformati in personaggi dalla sovraesposizione. Differente il loro rapporto con gli operatori, le

guardie, gli educatori. E diversa, inevitabilmente, la relazione con gli altri detenuti.

Tra i comuni c'è gente a cui arriva, se va bene, una lettera all'anno. E poi ci sono «loro», che di lettere ne ricevono a pacchi: di solidarietà, di innamoramento, a volte di odio e di insulti. Anche questo fa la differenza.

Da quando il circo mediatico dei delitti e dei processi è diventato passione nazionale, Bezzi ha iniziato a confrontarsi con loro. Ognuno diverso dall'altro. Stasi silenzioso, riservato, sulla cui innocenza «radio carcere» non ha avuto dubbi già prima che il processo per la morte di Chiara Poggi si riaprisse. I due Savi, estremo opposto: Fabio aperto, collaborativo, Roberto chiuso. Massimo Bossetti è al settimo reparto, riservato ai sex offender: col suo delitto, in un altro carcere rischierebbe la vita, qui invece gira a contatto con tutti. «Tra gli accordi per stare a Bollate - spiega Bezzi - c'è che da noi la legge della mala e la giustizia sommaria non sono ammessi».

Il circo mediatico cuce una maschera addosso a tutti: avvocati, magistrati, criminologi. E in particolare a loro: gli accusati. «Quando arrivano quella maschera ce l'hanno ancora». Qualcuno di loro se la tira, sta nel suo personaggio? «A volte sì, all'inizio. Il nostro lavoro è aiutarli un po' alla volta a togliersela. Fare capire che nella loro vita c'è stato un prima e ci sarà un dopo». E gli altri detenuti? «Lavoriamo anche su di loro, spiegare che in carcere non è arrivato un eroe, impedire che diventino modelli. La curiosità all'inizio c'è. Ma il carcere alla fine normalizza tutto. Ci aiuta il fatto di essere un carcere grande, 1.650 detenuti, e di avere tanti personaggi mediatici. La visibilità e l'anomalia si diluiscono. In un carcere più piccolo, con un unico detenuto famoso, sarebbe più difficile. Qui giorno dopo giorno gli altri detenuti imparano a trattarli come persone e non come personaggi. A scoprire che dietro gli occhi di ghiaccio c'è un uomo».

Come affrontano il loro destino da detenuti, i condannati mediatici? «La prima spiegazione che gli do è che non siamo noi a giudicarli. Se arrivano qui è perché c'è stata una condanna definitiva, noi siamo solo incaricati di eseguirla». E poi? «Arrivano reduci da una

battaglia mediatica da cui non è immediato spogliarsi. Per chi ha scelto di dichiararsi colpevole è più facile accettare la propria detenzione». E gli altri? «Dico loro che la responsabilità è fatta a cerchi concentrici, e che anche se non sei l'assassino questa storia ti riguarda. Ma quando rivendicano di essere totalmente estranei diventa tutto più delicato, bisogna lavorare sull'adattamento, stando molto attenti soprattutto all'inizio, per evitare che al dramma si aggiunga dramma». Anche a Bollate, purtroppo, i detenuti si uccidono.

Ci hanno fatto un po' il callo, a Bollate, all'esposizione mediatica: «La prima volta che un detenuto famoso esce in semilibertà ci ritroviamo con i cancelli assediati dalle telecamere». A Bezzi e ai suoi colleghi tocca occuparsi della quotidianità, riportando alla normalità questi vip della giustizia.

Non sempre è facile: «Ai detenuti di solito spiego che il processo appartiene al passato, e che devono lavorare sul futuro. Ma per alcuni di questi è come se il processo non finisse mai. La sera tornano in cella, e in televisione c'è la loro faccia».

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