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"Il mio Sì convinto. Testo atteso da anni. Non è una riforma contro i magistrati"

L’ex ministro dell’Interno si schiera: "Non diventi un voto solamente politico"

"Il mio Sì convinto. Testo atteso da anni. Non è una riforma contro i magistrati"

Ex ministro dell’Interno, in precedenza viceministro e sottosegretario in diversi governi di centrosinistra, ex dirigente del Pci, dei Ds e poi del Pd. Più volte deputato, ex braccio destro di Massimo D’Alema, 69 anni. Questo è il ritratto di Marco Minniti

Onorevole, lei come voterà il referendum?
«Voterò convintamente Sì».

Perché?
«Innanzitutto si tratta di una riforma lungamente attesa che solo per la complicatezza del sistema politico italiano non era stata ancora approvata. Poi perché rende l’Italia più moderna e più vicina alle grandi democrazie occidentali. Infine perché ricostruisce un rapporto di fiducia tra opinione pubblica sistema giudiziario».

Non c’è oggi questo rapporto di fiducia?
«No. In questi anni è stato messo significativamente in discussione».

Quali sono gli obiettivi della riforma?
«Più giustizia e più velocità. In Italia quando si apre una vicenda giudiziaria, sia penale che civile, il cittadino ha l’impressione di entrare in un tunnel la cui uscita è difficilmente raggiungibile. Questo è un problema serissimo».

La qualità della giustizia sarà migliore?
«Dobbiamo aspirare ad avere in Italia una giustizia giusta. Quindi molto severa nei confronti di coloro che vengono giudicati colpevoli, e questo è fondamentale, è un pezzo decisivo di quello che Rousseau chiamava il “contratto sociale”; ma anche molto garantista nei confronti dei cittadini normali. Francamente le dico questo: se un cittadino risulta innocente dopo un calvario giudiziario durato anni, è una sconfitta per la democrazia. Questa riforma è una sfida a tutto ciò».

Cosa pensa delle argomentazioni del No? Per esempio del rischio che la riforma porti alla sottomissione del Pubblico ministero da parte dell’esecutivo?
«Non ritengo che questa riforma preveda una magistratura sottoposta al potere politico. Abbiamo altre esperienze in altre democrazie del mondo, dove le carriere sono separate e la magistratura non è asservita».

È importante la separazione delle carriere?
«La separazione delle carriere era in nuce già nel momento in cui fu varata la riforma Vassalli del codice di procedura. Più di trent’anni fa. Quella era una riforma scritta da un grande giurista progressista, socialista, molto attento ai valori democratici».

La riforma avrà effetti sulle politiche per la sicurezza?
«La sicurezza è un elemento che impatta nella vita dei ceti più popolari, più fragili, più esposti della società. Avere un sistema giudiziario più efficiente, più veloce, significa anche affrontare uno dei nodi fondamentali delle politiche di sicurezza. Io penso che la politica di sicurezza si regga su due pilastri. Uno di competenza delle forze di polizia: il controllo del territorio.
Non possono esserci zone franche. Non può essere incerta la sovranità dello Stato. Secondo pilastro è la certezza della pena. Questa riforma ha l’obiettivo di rendere certa e sicura la chiusura del processo, e questo è un aspetto fondamentale di qualunque politica di sicurezza».

Lei usa spesso parole classicamente di sinistra. Progressista, popolo, ceti deboli... Esistono due sinistre in Italia, una liberale e una con- .r, serva trice?
«La sinistra è sempre stata attraversata da una discussione molto forte su tanti temi. Talvolta anche con differenze nette. Basta pensare che all’ultimo referendum costituzionale, nel 2016, diversi dirigenti molto autorevoli del Pd lasciarono il partito. Il fatto che si discuta è sempre un elemento positivo. Io però penso che dovremmo guardare a questo referendum rispettando lo spirito referendario».

In cosa consiste?
«Il referendum è chiamare il popolo a pronunciarsi sul merito dei provvedimenti. Si tratta di provvedimenti che già sono passati attraverso il vaglio parlamentare. Il popolo deve decidere nel merito. Non mediando attraverso la sua appartenenza politica. Per questo ritengo molto importante che ci sia una discussione aspra, dura, ma sul provvedimento. Non mi convinco no quelli che dicono: “Io sono d’accordo nel merito ma sono contro per ragioni politiche”. Non va bene. È una posizione che rischia di colpire al cuore l’istituto referendario. Perché l’istituto referendario non è la fotocopia delle appartenenze politiche».

L’istituto referendario è importante in democrazia?
«Il referendum è un pilastro della Costituzione e della democrazia italiana. E va salvaguardato. Non stravolto e utilizzato a fini politici».

Esiste un partito dei magistrati?
«Non penso che esista. I magistrati hanno espresso posizioni differenti, come è giusto che sia. Io ho un profondo rispetto per la magistratura e per la sua indipendenza. La separazione dei poteri è un principio fondante della democrazia. Però non sfugge a nessuno che in questi anni le correnti dei magistrati, che all’inizio erano espressione legittima di cultura giudiziaria, sono diventate per loro stessa ammissione delle macchine di potere. Uso il termine più prudente possibile. Sono coinvolte nella gestione del potere più che nella libera battaglia delle idee».

La riforma cambia questo stato delle cose?
«La riforma può rappresentare per la magistratura la possibilità di liberarsi della camicia di nesso. Da quel sistema correntizio che ha portato in maniera evidente a processi di selezione dei magistrati attenti ai vincoli delle correnti e non al merito Questa riforma offre la possibilità di reintrodurre un principio fortemente meritocratico e di consentire alle organizzazioni dei magistrati di recuperare il loro vero ruolo: che è quello di essere intransigenti nel pensiero, di mettere in campo una loro visione della giustizia e dell’Italia. Ma liberati dalla zavorra della gestione del potere».

Quindi non è una riforma contro i magistrati?
«Al contrario. È un’opportunità che consente alla magistratura di essere più libera, più indipendente, e di recuperare un rapporto più forte con l’opinione pubblica».

Se vince il Sì?
«Se vince il sì ci troveremo di fronte alla sfida della realizzazione di una riforma importante».

Se prevale il No?
«Un paese che si accontenta. Una risposta conservatrice.

In questo momento l’Italia non può permettersi di stare ferma cullandosi sulle certezze del passato.
Deve mettere in campo nuove idee per un mondo nuovo. Non si entra nel mondo nuovo con la testa rivolta indietro a rimirare il passato».

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