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Un nuovo ordine sta per sorgere da guerre e dazi dei nuovi imperi

Cacciari ed Esposito danno spessore filosofico alla geopolitica

Un nuovo ordine sta per sorgere da guerre e dazi dei nuovi imperi

"La geopolitica contemporanea" scrivono Massimo Cacciari e Roberto Esposito nella premessa condivisa a Kaos (Il Mulino) "oltre che della forza, è scienza del limite. Riflette sull'organismo politico amico, ma anche sull'avversario. Sull'identità, ma anche sulla differenza". Nella frantumazione stellare di antichi sistemi e nel cuore del caos emergono come iceberg nuovi ordini. Avranno, si chiedono gli autori, la fisionomia astratta e policroma della Mathesis di Mondrian, che orna la copertina del volume, o saranno un'apocalisse affrescata con impeto alchemico da Anselm Kiefer? La geopolitica, volendo rimanere nel campo artistico, ha quella densità vischiosa di un dipinto di John Martin, magmi turriti di fiamme, nubi e sconvolgimenti che smottano terre e acque e cieli.

Nella prima parte, Il mito del globo, Massimo Cacciari azzanna subito la giugulare del tema: "il concetto di spazio si riferisce intrinsecamente al problema del Politico", nonostante risalendo su per la riflessione filosofica e scientifica e istituzionale si sia smarrita, sovente, la strada dell'affermazione di quell'ordine reale e soprattutto relazionale, quasi chimico. Innervato quale innesco tellurico nella ragnatela di azioni e reazioni, è ciò che conosciamo come ordine, istituzionale o spontaneo che esso sia. La gravitas austera dei simboli del potere, Corona e Palazzo, torre e piazza, simmetrie labirintiche si inabissano nel ventre di civiltà che si assemblano per contrastare il caos producendo ancora più caos.

Cacciari legge nell'archetipo dello spazio statuale il lemma Roma, dipanato nella maglia serpentina dello schmittiano Raum, una geometria mobilissima e fissa al tempo stesso. Ed è qui che si determina la grandiosità conflittuale della storia come alternarsi tra grandi spazi. "Il primo movimento di de-territorializzazione è quello verso il mare aperto", scrive Cacciari. Mare, conchiuso come il Mediterraneo, o aperto, vasto, quale un Oceano. La potenza del mito irradia lungo le coste che cingono la vastità azzurra. Si avanza, nell'ora del crepuscolo e della furtiva rinascenza degli imperi, la tentazione della fine. Lo abbiamo visto: la fine della storia, per Fukuyama, la fine dei territori, per Badie, la fine della tirannia dei geografi, per Latour, la fine degli Stati-nazione, per Ohmae. Ma più che fine è promessa di catastrofe, collisione per cesellare un Nomos che avrà un nuovo volto.

In Geopolitica e metafisica, Roberto Esposito esordisce con un'asserzione tanto stupefacente quanto realissima: "non sono in molti ad avvicinare il nome di Henry Kissinger alla metafisica". Ma non c'è dubbio che nello scintillio della lucida, pragmatica crudeltà d'azione dimostrata da Kissinger si scorga una visione drammatica dell'esistenza. Il peso della tragedia che già Thomas Mann aveva riferito ai tedeschi nelle sue Considerazioni di un impolitico. La geopolitica diventa il percorso di autocoscienza di una storia devoluta al conflitto per raffinare ordine dal caos. In fondo, la geopolitica è scienza paradossale che si consolida ancor di più, pur nella sua fondazione terricola, nello spazio della globalizzazione, tra slanci virtuali e non-luoghi in apparenza ciechi di sovranità. Eppure lo spazio come determinazione del campo di sovranità precede qualunque considerazione, al pari di quel cuore oscuro del "politico" moderno che Pier Giuseppe Monateri ha descritto in Dominus Mundi.

Per questo, la Corte Suprema americana ha punteggiato l'Ottocento di sentenze sulla sovranità marittima, dopo quella materica dei collegi elettorali e dei diritti della Frontiera, e poi, nel 1997, ha tracciato persino la cartografia del cyberspazio. Notevolissima l'analisi che Esposito porta avanti del termine "Raum", quel peso semantico che Schmitt, arditamente, ha riferito direttamente a Roma, come Cacciari ha già rimarcato: qui si coglie bene la dimensione intimamente politica dello spazio che si apre, si estende, si espande. Del pari, Esposito scandaglia la geologia della geopolitica e le sue ere, che vanno sedimentandosi nel fondo scuro della coscienza umana. Rinchiusa, assieme a Karl Haushofer, nel chiostro odoroso di zolfo dopo il disastro della seconda guerra mondiale, ma poi ripresa: Hans Morgenthau più di ogni altro ha ripercorso le radici metafisiche della geopolitica, George Frost Kennan, il quale ha imposto una dottrina di convivenza contenitiva con l'Avversario, più che di disperante ricerca di annientamento, John Mearsheimer e Robert Kaplan, menti tragiche che all'ombra dissolta delle Torri Gemelle intonano il canto del ritorno ai classici. Il caos, quello delle guerre, delle sanzioni, dei dazi, è da sempre lo spazio di esercizio della decisione politica che anela a divenire ordine, Schmitt lo scriveva in Teologia politica.

Per questo ormai anche la scienza del diritto ha fatto cadere la sua ritrosia per la geopolitica: i recenti volumi di Renato Ibrido e di Paolo Passaglia lo testimoniano.

La forma del mondo è sempre più simile a una stella nera, danzante sul ciglio del burrone, prima che l'alba di un nuovo tempo si schiuda.

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