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"La mafia in confidenza con alcune toghe. E io parlavo solo con Falcone e Borsellino"

Le rivelazioni del pentito Gaspare Mutolo: "C'era chi voleva ostacolarli Il legame tra imprese e boss? Con i costruttori era la regola"

"La mafia in confidenza con alcune toghe. E io parlavo solo con Falcone e Borsellino"
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I due più grandi magistrati della storia italiana, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, su chi potevano contare nella lotta alla mafia? Lo abbiamo chiesto a Gaspare Mutolo, il primo pentito che si trovava in Italia nel momento in cui ha iniziato a collaborare con la giustizia, nel 1991, l'uomo che vide Borsellino tre giorni prima della strage di via d'Amelio nell'occasione dell'ultimo colloquio con il giudice (il primo fu il 1° luglio, il secondo il 9, l'ultimo il 16). Premette di non voler entrare in dinamiche politiche, ma vuole rendere la sua testimonianza sul clima di isolamento che vivevano Falcone e Borsellino nel pool antimafia. "C'era un sistema che nel sottosuolo cercava di ostacolarli, ma loro lottavano realmente. Borsellino definiva l'ambiente di lavoro un nido di vipere, ed è quello che sostengo anche io da sempre. Secondo voi perché hanno fatto passare 8 mesi per farmelo incontrare? Lo hanno ostacolato, hanno provato ad accampare ogni scusa pur di non farmelo vedere. Quando dissi a Falcone che volevo parlare aggiunsi comincio a parlare e fare i nomi dal suo ufficio, delle talpe che collaboravano con la mafia e arriviamo fino a Roma. Questo dovrebbe farvi capire molto".

Perché voleva farsi interrogare solo da Borsellino?

"Ho voluto parlare prima con Falcone e dopo con Borsellino, c'era un motivo ben preciso. Ci siamo visti tre volte e lui l'ultima volta ha cercato di venire da solo, perché la prima era con Alaimo, dopo è venuto con Lo Forte e con Natoli. Non mi ha detto perché volesse essere solo, ma c'era una differenza netta rispetto a quando erano presenti gli altri. C'erano dei disaccordi, era palese".

Come fa a dirlo?

"Perché quasi tutti erano contrari alla linea sia di Falcone sia di Borsellino, c'erano forti dissidi. Era risaputo a Palermo anche in ambienti mafiosi. Questo perché avevano una linea più intelligente e profonda di lavorare".

E Borsellino le fece mai capire perché venne da solo?

"Non c'era bisogno. Falcone l'ho mandato a chiamare a dicembre del '91 ed è venuto a trovarmi il 15 dicembre del '91, nonostante fosse già agli Affari penali. Venne con Gian Nicola Sinisi, un altro magistrato, e mi disse che non poteva prendere le mie dichiarazioni. Io gli dissi: Basta, non voglio collaborare, perché mi fidavo solo di lui. Allora aggiunse: Io sono a Roma e faccio un altro lavoro. Parla con Paolo".

Incontrare Borsellino però non fu così semplice

"Hanno fatto passare otto mesi senza motivo, mi sono spiegato? E se non ci fosse stato l'aiuto di Pierluigi Vigna, uno di quei magistrati che lottava veramente contro la mafia, io non avrei parlato, ma lui fece in modo di farmi fare una dichiarazione in cui dicevo che volevo parlare solo con Borsellino".

Ma lei perché diffidava degli altri?

"Perché sapevo che c'erano contatti con i mafiosi, ho citato diversi giudici e magistrati di Palermo. Ho detto che contatti avevano. La mafia non era mal vista anche da una certa parte della magistratura. Io ho vissuto a Palermo in quell'ambiente e so cosa ho visto: una certa confidenza tra magistratura e mafiosi. Questo era il motivo per cui volevo parlare solo con Borsellino. Quelli che combattevano veramente la mafia, che si sapeva che non accettavano nessun compromesso, e che si sapeva che dovevano morire, erano Falcone e Borsellino".

A Borsellino ha espresso ciò che sapeva circa i suoi colleghi togati?

"Quando ho collaborato ho fatto una scelta e l'ho mantenuta fino alla fine: parlare prima della mafia. Ma in privato a Borsellino ho confidato diversi aspetti, ho detto di Contrada, di Carnevale, di altri magistrati".

E in che clima viveva Borsellino?

"Di isolamento, molti volevano intralciarlo".

Lei era al fianco di Riina, quanto era forte il legame tra mafia e imprenditoria?

"Era la regola. C'è stato un periodo in cui tutti i costruttori pagavano le tangenti. Per ogni palazzo versavano un milione ad appartamento. Dopo il '77-'78, quando è iniziato il filone della droga, Francesco Madonia ha detto: Ma perché noi ci dobbiamo prendere gli spiccioli? Facciamo le società con i costruttori. I costruttori o erano soci con i mafiosi, o non costruivano. Quindi il filone di mafia-appalti, è una cosa risaputa.

I giudici sapevano che i mafiosi erano in società con i costruttori. La mafia non faceva nulla da sola. Aveva sempre bisogno di qualcuno dall'altra parte. E chi dice il contrario o non dice la verità o non vuole vederla".

GiuSor

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