37 anni di "sviste" e silenzi: cos'è successo a Emanuela Orlandi?

Trentasette anni dalla scomparsa di Emanuela Orlandi, la 15enne sparita da Roma il 22 giugno del 1983 di cui non si hanno ancora notizie. Rapimento o pedofilia? La sua famiglia non ha mai smesso di cercare la verità: "Non ci daremo pace finché non sarà fatta giustizia"

37 anni di "sviste" e silenzi: cos'è successo a Emanuela Orlandi?

Sono trascorsi 37 anni dalla scomparsa di Emanuela Orlandi, la 15enne sparita da Roma la sera del 22 giugno 1983. Trentasette lunghi anni di mistero, intrighi, depistaggi e false testimonianze che hanno segnato le tappe di una vicenda intricata e spigolosa. E la verità, nonostante la ricerca affannosa dei suoi familiari, sembra ancora un miraggio lontano, sepolta sotto una pila di dossier archiviati chissà dove, celata sotto un velo di omertà instancabile. Oggi, come allora, la domanda resta sempre una ed una soltanto: cosa è accaduto a Emanuela? "Non ci fermeremo finché non salterà fuori la verità", dice il fratello Pietro a IlGiornale.it.

Chi è Emanuela

Una ragazza di 15 anni, un'adolescente piena di vita che adora le canzoni di Gino Paoli. Emanuela, nata a Roma il 14 gennaio 1968, è la figlia di Ercole Orlandi, un commesso della Prefettura e della casa pontificia e di Maria Pezzano. Insieme ai genitori, ed i suoi 4 fratelli, vive in un appartamento dentro le Mura Leonine del Colle Vaticano. Lellè, come è solita chiamarla sua madre, frequenta il secondo anno del Liceo Scientifico presso il Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II. Dotata di uno spiccato talento musicale, da anni frequenta una scuola di musica a piazza Sant'Apollinare, nel cuore della Capitale. Segue corsi di pianoforte, solfeggio e canto corale ma si distingue tra gli altri apprendisti per la maestria con cui suona il flauto traverso. Un futuro da musicista, forse, che le è stato negato nella tenera età della spensieratezza.

La ''scomparsa”

È il pomeriggio del 22 giugno 1983. Emanuela si reca a lezione di musica, alle ore 16.00. Alle 18.45 lascia l'aula, dieci minuti prima del solito e da una cabina telefonica chiama la sorella Federica per dirle che avrebbe rincasato in serata per via di un ritardo dei mezzi di trasporto. Nel corso della breve conversazione, racconta di aver ricevuto un'offerta di lavoro da uno sconosciuto che le avrebbe proposto circa 370mila lire per un'attività di volantinaggio durante una sfilata nell'atelier delle sorelle Fontana, firme dell'alta moda sartoriale. Federica le suggerisce di declinare l'invito salvo poi parlarne al rientro coi genitori. Attorno alle 19.30, Emanuela raggiunge la fermata di corso Rinascimento insieme a due compagne di corso, Maria Grazia e Raffaella. Le ragazze salgono sull'autobus, Lellè dice loro di attendere quello successivo perché troppo affollato. Secondo un'altra versione, invece, la quindicenne avrebbe confidato all'amica Raffaella di dover attendere l'uomo che le avrebbe proposto l'impiego part-time. Poi, si sarebbe fermata a parlare con una donna dalla chioma bionda e riccioluta, una persona mai identificata, forse un'altra compagna di corso. Fatto sta che, da quel momento, di Emanuela si perdono le tracce.

La denuncia

Non vedendo sua figlia rincasare, Ercole Orlandi passa al setaccio le vie attigue alla scuola di musica e quelle del Colle Vaticano in compagnia del figlio Pietro. Contatta la preside dell'Istituto che gli fornisce i recapiti telefonici di altre frequentanti del corso ma nessuna è in grado di riferire informazioni utili al ritrovamento della giovane. Disperato, l'uomo si reca al Commissariato ''Trevi'', in piazza Collegio Romano, per chiedere aiuto ma i poliziotti gli dicono di attendere ancora qualche ora prima di avviare le ricerche. La denuncia viene formalizzata da Natalina Orlandi, sorella di Emanuela, il 23 giugno 1983 presso gli uffici dell'Ispettorato Generale P.S. ''Vaticano”. Il giorno seguente, l'intera città di Roma è tappezzata da un volantino di scomparsa corredato di foto della 15enne. “Anni 15 – alta metri 1,60 – recita l'identikit diramato dalla polizia – Al momento della scomparsa aveva capelli neri, lunghi e lisci, indossava pantaloni jeans, camicia bianca e scarpe da ginnastica. Non si hanno sue notizie dalle ore 19 di mercoledì 22 giugno, chi avesse utili informazioni è pregato di telefonare al numero 69.84.982”.

Le prime indagini

La prima pista battuta dalla polizia è quella dell'allontanamento volontario, poi di una sospetta scomparsa. Nelle ore immediatamente successive all'accaduto, il telefono della famiglia Orlandi squilla senza sosta. Si susseguono, con ritmo incalzante, segnalazioni di vario genere da parte di presunti conoscenti di Emanuela ma nessuna si rivela attendibile o proficua ai fini delle indagini. Nei giorni seguenti, il fratello della giovane ed alcuni amici appurano che la 15enne è stata avvistata in compagnia di un uomo, poco distante da piazza Sant'Apollinare. L'indiscrezione viene confermata da un vigile urbano in servizio davanti al Senato che, interrogato dai carabinieri, racconta di aver visto Emanuela con un ''signore alto, ben vestito” che sarebbe giunto all'incontro a bordo di una BMW Touring verde. Dopo varie ricerche, lo sconosciuto viene rintracciato: si tratta di un sedicente promotore di cosmetici che è solito adescare adolescenti con la promessa di un lavoro di poche ore ben retribuito. Nulla a che vedere con l'altelier delle sorelle Fontana, men che meno, con Emanuela. Da questo momento, la vicenda prende tutt'una altra piega.

Papa Karol Wojtyla parla di ''rapimento”

È domenica 3 luglio 1983 quando Giovanni Paolo II, durante l'Angelus, si rivolge con un appello ai presunti rapitori della giovane: è la prima volta che si allude in maniera esplicita al ''sequestro”. “Una preghiera per Emanuela, rapita, di cui siamo tutti preoccupati insieme con la sua famiglia – dice il pontefice – Per parte mia, posso assicurare quanto umanamente possibile per la soluzione della dolorosa vicenda. Voglia il Dio concedere per la trepidazione di questi giorni la gioia degli abbracci”. Parole che riecheggiano tra le centinaia di fedeli riuniti in Piazza San Pietro, dichiarazioni che segnano l'inizio di un nuovo e complesso percorso di indagini. E il Vaticano, finisce nell'occhio del ciclone. "Sono sicuro che, in qualunque modo, il Vaticano c'entri qualcosa. - afferma Pietro - Un papa non fa 6 appelli, in totale, per una ragazza scomparsa. Quando è stato diramato il bollettino dalla Santa Sede, quello relativo all'udienza di domenica 3 luglio, tra le varie voci in elenco c'era 'rapimento Emanuela Orlandi'. È stata la prima volta che non si utilizzava la parola 'scomparsa'' in riferimento alla vicenda di mia sorella".

Sospetti collegamenti con l'attentato a Giovanni Paolo II

Il 5 luglio 1983 giunge una telefonata alla sala stampa vaticana. Un giovane, con l'accento spiccatamente anglofono – ribattezzato per questo motivo come l'amerikano - afferma di tenere in ostaggio Emanuela Orlandi. Lo straniero fa riferimento a Mehmet Ali Ağca, il terrorista legato all'organizzazione criminale di estrema destra turca Lupi grigi che, il 13 maggio 1981, sparò due colpi di pistola al Papa in piazza San Pietro. Tre giorni dopo, l'8 luglio, un uomo con inflessione mediorientale telefona ad una compagna di corso di Emanuela sostenendo che la ragazza fosse nelle loro mani e che, se avessero voluto rivederla, avevano 20 giorni di tempo per fare lo scambio con Mehmet Ali Ağca, tratto in arresto dopo l'attentato a Wojtyla. Nel mezzo della presunta trattativa, con l'ultimatum previsto alla data del 20 luglio, ci finisce il Cardinale Segretario di Stato Agostino Casaroli al quale la banda criminale chiede di fare da intermediario per la liberazione del terrorista turco. Il 18 luglio viene installata una linea telefonica con le sale vaticane ma nonostante le ripetute sollecitazioni de l'amerikano – 16 telefonate in totale – la vicenda non ha alcun seguito reale. Il 20 novembre 1984, i Lupi grigi dichiarano con il “comunicato numero 20” di custodire nelle proprie mani Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, un'altra quindicenne scomparsa da Roma il 7 maggio del 1983. Ma la ''pista turca” viene ben presto smentita durante le indagini per l'attentato al pontefice. Più tardi, il 2 febbraio del 2010, il fratello di Emanuela, Pietro, ha un colloquio con Mehmet Ali Ağca che conferma l'ipotesi del rapimento per conto del Vaticano facendo il nome del cardinale Giovanni Battista Re in quanto ''persona informata dei fatti”. Ma il cardinale smentisce le dichiarazioni del terrorista e, anche questa volta, le indagini della magistratura si arenano: Agca viene definito ''inattendibile” nelle carte delle inchiesta. "La pista turca non è mai stata approfondita, come delle resto tutte altre che sono state abbandonate, - continua Pietro - ma io credo che Ali Agca non fosse completamente inattendibile".

L'ombra della Banda della Magliana

L'11 luglio del 2005, alla redazione del programma Chi l'ha visto? giunge una telefonata anonima in cui qualcuno afferma che per risolvere il caso Orlandi è necessario indagare sull'identità di un defunto sepolto nella Basilica di Sant'Apollinare facendo il nome del cardinal Ugo Paoletti: “del favore che gli fece Renatino”, dice lo sconosciuto. Si scopre così che nella Basilica è stato seppellito il boss della Banda della Magliana, Enrico De Pedis (detto Renatino), su richiesta esplicita del cardinale Poletti, al tempo presidente Cei. Nel 2007, un altro pentito della cricca criminale romana, Antonio Mancini, rilascia alcune dichiarazioni inerenti al coinvolgimento di De Pedis e alcuni esponenti vaticani nel caso Orlandi. “Si diceva che la ragazza era roba nostra”, rivela ai magistrati della Procura di Roma. Le sue dichiarazioni vengono confermate da un altro pentito della Banda, Maurizio Abbatino che, nel 2009, racconta del presunto sequestro di Emanuela nell'ambito dei rapporti intrattenuti dalla cosca con alcune personalità vaticane per attività illecite (riciclaggio di denaro) connesse allo IOR. Ma è con Sabrina Minardi, ex moglie del calciatore Bruno Giordano legata sentimentalmente a De Pedis dal 1982 al 1984, che la vicenda assume una piega diversa. La donna riferisce che il rapimento di Emanuela sarebbe stato effettuato materialmente da De Pedis su ordine di monsignor Paul Marcinkus, direttore dello IOR coinvolto nel crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi nel noto ''risiko bancario'' che, tra i protagonisti della complessa vicenda, annovera il nome di Licio Gelli, della Loggia massonica P2. La 15enne romana, tra le poche cittadine vaticane del tempo e per questo ostaggio di pregio, sarebbe stata usata come ''merce di scambio'' nella trattativa per la restituzione del denaro investito dalla Banda nelle casse dello IOR (almeno 20 miliardi). La Minardi riferisce poi che la Orlandi è stata uccisa una volta saltato l'affare. Ma un altro pentito della Banda assicura che la scomparsa di Emanuela non è in alcun modo connessa all'ex boss Renatino. Il 14 maggio 2012 viene aperta la tomba di De Pedis per reperire eventuali tracce di DNA appartenenti alla 15enne, ma la ricerca risulta vana e inconcludente. Nel 2015, su richiesta della Procura, il Gip Cataldo decide di archiviare l'inchiesta di Emanuela Orlandi per ''prove incosistenti”. Da quel momento, la vicenda piomba nel silenzio.

C'entra la pedofilia?

Un'altra pista investigativa, quella della pedofilia, segna la tortuosa vicenda. Emanuela potrebbe essere finita nel giro di alcuni festini a sfondo sessuale che coinvolgerebbero esponenti di spicco del clero, un gendarme vaticano e un'ambasciata straniera ospitata, al tempo, presso la Santa Sede. La nuova ipotesi si profila dopo alcune dichiarazioni rilasciate da padre Gabriele Amorth, esorcista e scrittore, secondo cui Emanuela sarebbe stata drogata e poi uccisa in un'orgia tenutasi in Vaticano. Al gendarme sarebbe stato affidato il compito di reclutare le giovani vittime che avrebbero avuto il compito di intrattenere i prelati. Dichiarazioni analoghe sono state rilasciate da un ex affiliato di Cosa Nostra. L'uomo ha affermato che la 15enne è morta durante un'orgia, a base di sesso e droga, ed è sepolta in Vaticano. Per quanto i recenti accadimenti di cronaca rendano plausibili anche la pista della pedofilia, non vi è stato mai modo di accertare tali supposizioni. "È una possibilità - continua il fratello di Emanuela - ma non credo molto si tratti della pista giusta. Il Vaticano avrebbe liquidato la questione alla svelta, magari tirando in ballo qualche prelato già deceduto, e la vicenda sarebbe stata chiusa".

Avvistamenti e ''sviste''

Ci sono anni di silenzio mediatico dopo l'archiviazione del caso dell'inchiesta nel 2015. Tuttavia, si susseguono segnalazioni riguardanti presunti avvistamenti della giovane, ormai in età matura, fuori dai confini dell'Italia. Dapprima si accenna ad un convento di clausura in Lussemburgo, poi si parla di un manicomio a Londra dove la ragazza sarebbe rinchiusa e sedata da anni. Tutte proiezioni attendibili ma prive di fondamento. Nell'ottobre del 2018, durante i lavori di restauro della Nunziatura Vaticana di via Po, vengono ritrovate alcune ossa. Il Vaticano concede il via libera agli esami del Dna: potrebbero appartenere a Emanuela o alla giovane Mirella Gregori. Le indagini, affidate dalla Santa Sede alla procura di Roma e alla Polizia Scientifica, si concludono con un nulla di fatto. Quelle ossa non appartengono a nessuna delle due ragazze. L'ennesimo buco nell'acqua, ad un passo o lontano anni luce dalla verità.

"Cercate dove indica l'angelo”

La svolta arriva l'estate del 2019. L'avvocato Laura Sgrò, legale della famiglia Orlandi, riceve una lettera anonima in cui si fa riferimento ad una tomba del Cimitero Teutonico “dove indica l'angelo”, recita testualmente il testo della missiva. In un punto esatto del camposanto, infatti, si troverebbe la statua di un angelo che impugna una pergamena con una formula in latino: “requiescat in pace”. Quanto basta ai familiari di Emanuela per redigere un'istanza formale al Segretario di Stato Vaticano, Parolin, in richiesta di apertura del loculo soggiacente la statua. L'11 luglio 2019 vengono aperti due loculi, quello della principessa Sofia di Hohenlohe-Waldenburg-Bartenstein e della principessa Carlotta Federica di Meclemburgo-Schewein, entrambe dell'ottocento. Le tombe sono vuote ma, scavando più a fondo, vengo ritrovati ben 26 sacchi di ossa. Le verifiche dei frammenti, vengono affidate a Giovanni Arcudi, perito d'ufficio della Santa Sede, che dopo averle esaminate decreta non appartenere alla giovane scomparsa il 22 giugno 1983.

Il 30 aprile 2020 dalla sala stampa vaticana viene emesso un comunicato che archivia definitivamente l'inchiesta. “Le verifiche sui reperti – recita la nota stampa – effettuate dal professor Giovanni Arcudi, perito d'ufficio, alla presenza dei consulenti della famiglia Orlandi, hanno portato a concludere che i frammenti rinvenuti non appartengono alla povera Emanuela: i più recenti risalgono ad almeno 100 anni fa. Di qui, la richiesta di archiviazione che chiude uno dei capitoli della triste vicenda, nella quale le Autorità vaticane hanno offerto, sin dall'inizio, piena collaborazione. Il provvedimento di archiviazione lascia alla famiglia Orlandi di procedere, privatamente, ad eventuali ulteriori accertamenti su alcuni frammenti già repertati e custoditi, in contenitori sigillati, presso la Gendarmeria”. La scelta della Santa Sede non ha fermato la famiglia Orlandi, per nulla intenzionata ad abbandonare la pista o intraprenderne di nuove. Sono trascorsi 37 anni da quel pomeriggio torrido di giugno ma il tempo sembra essersi fermato: cosa è successo a Emanuela? "Potrebbe essere ancora viva. - conclude Pietro - Di una cosa sono certo, chi sa come stanno le cose è ancora al suo posto. Ma noi non ci fermeremo finché non sarà fatta giustizia".

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